WORKING POOR: UNA CATEGORIA SEMPRE PIU’ AMPIA CHE INCLUDE ANCHE LA COOPERAZIONE SOCIALE

Lavorare e non guadagnare: sembra questa la sorte che spetta a una grande percentuale di italiani che non hanno un reddito sufficiente per le spese mensili ordinarie. Sono i working poor, le persone che pur lavorando non riescono a mantenere se stessi e la propria famiglia. Tra questi molti lavoratori del sociale.

Un fenomeno non solo italiano, diffusosi anche in paesi insospettabili come la Germania, che dipende dalla crisi economica degli ultimi anni e che affligge soprattutto i giovani, le donne e gli immigrati.

Secondo uno studio di Unimprese, elaborato su dati Istat nell’ottobre del 2015, oltre ai 3 milioni di persone disoccupate, vivono in uno stato di precarietà anche le persone occupate ma con prospettive incerte rispetto alla stabilità dell’impiego o con retribuzioni inadeguate (contratti di lavoro a tempo determinato, part time, lavoratori autonomi part time, collaboratori e contratti a tempo indeterminato part time). Sarebbero, così, circa 6,1 gli italiani che non hanno una stabilità economica tale da permettergli di vivere in maniera dignitosa.

Secondo la sociologa Chiara Saraceno, autrice – tra gli altri – del libro “Il lavoro non basta”, l’aumento dei working poor dipende da tre fattori: il primo è che ci sono molti lavori pagati molto poco. Il secondo è che l’Italia è un paese in cui le famiglie monoreddito sono più numerose della maggioranza dei paesi sviluppati, perché il tasso di occupazione femminile è più basso. Il terzo motivo è che non abbiamo un sistema universalistico di trasferimenti monetari alle famiglie, e quello che c’è non è nemmeno tanto generoso.

Questi dati sono facilmente riscontrabili nella nostra realtà” – sostengono i presidenti delle cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione – “la maggior parte dei lavoratori sociali rientra perfettamente nella definizione di working poor. La Cooperazione Sociale – pur applicando il Contratto Nazionale delle Cooperative Sociali – favorisce i working poor”.

Gli operatori sociali sono sicuramente tra i lavoratori poveri. Perché sono poveri? E’ facile intuirlo. Lavorano tutti i giorni, per diverse ore, garantiscono livelli alti per i servizi alla persona, ma percepiscono lo stipendio a singhiozzo, ogni due mesi (se tutto va bene), facendo continuamente i conti con uno stato di precarietà diffusa”, dicono le tre cooperative. “Molti sono costretti a fare un secondo lavoro per mantenere se stessi e la propria famiglia, altri chiedono i soldi ai genitori che sopravvivono grazie alla pensione, altri ancora ricorrono a prestiti bancari e alimentano così debiti e frustrazione”.

Quello di Iskra, Folias e Il Pungioglione non è un grido di allarme, quanto l’espressione di una paura sempre più radicata perché – come sostiene ancora Chiara Saraceno – “l’esperienza della povertà materiale può anche ridurre, se non impedire, di partecipare alla vita sociale e politica perché non se ne hanno le risorse, materiali o culturali, perché ci si sente, o si viene fatti sentire, inadeguati”.

Prevenire e combattere la povertà non dovrebbe essere per la politica solo una questione morale e di uguaglianza sociale, ma anche e soprattutto un imperativo democratico. Più la povertà è diffusa, più la società si inaridisce e si alimenta al diffidenza.