Lotta alla povertà e politiche sociali in Italia: conversazione con Giuseppe De Marzo

Mentre l’attenzione mediatica continua, nel nostro Paese, ad essere concentrata sul referendum costituzionale di dicembre e sui futuri scenari politici, noi,  con la campagna #ATempoDebito, vogliamo parlarvi ancora dei cittadini e delle cittadine che in ogni parte della nostra penisola continuano a non vedere soddisfatti i loro diritti primari. Ci si preoccupa di come cambiare la Costituzione – a torto o a ragione – ma non si pensa a come applicare alcuni principi fondamentali che questa stessa carta ci insegna. Circa 5 milioni di italiani vivono in povertà assoluta e resta immutato all’11,5% l’indice di grave deprivazione materiale che colpisce le famiglie (dati Istat). Giuseppe De Marzo, responsabile della campagna Miseria Ladra di Libera, ci aiuta ad indagare le cause e le possibili soluzioni del dilagare della povertà e delle disuguaglianze in Italia.

 

– I dati sulla povertà in Italia parlano chiaro. Nonostante una leggera crescita economica, la povertà e le disuguaglianze sociali aumentano vertiginosamente. Quali sono le cause?

Spesso dimentichiamo di mettere in connessione il concetto di crescita con quello di lotta alle diseguaglianze al punto di aver già introiettato nella nostra idea di società la frase per cui ci può essere una crescita economica senza che a questa si accompagni una lotta alla diseguaglianza. Invece, è proprio questa l’idea. La crescita economica e lo sviluppo vengono pensati, garantiti e programmati dalla nostra Carta Costituzionale per svolgere il compito più alto: garantire la dignità a tutti gli essere umani. La crescita economica in questa fase non garantisce l’aumento della qualità della vita, dell’occupazione,  anzi spesso l’aumento del Pil spesso coincide con un ulteriore impoverimento del ceto medio e popolare e un arricchimento della percentuale più ricca della popolazione. Le cause sono davanti ai nostri occhi: nel momento in cui si decide di tagliare quasi il 70% delle fondo nazionale per le politiche sociali (dal 1 miliardo e quattro a 26 milioni) quando si decide di non introdurre una misura di sostegno al reddito, quando si decide di mettere in costituzione il patto di stabilità sottraendo 19 miliardi ai comuni e 12 miliardi di mancati trasferimenti erariali e quando si decide di utilizzare la leva fiscale non in maniera progressiva ma in maniera regressiva, ecco spiegate le ragioni del perché di questa situazione in cui il 30% della popolazione è a rischio povertà e abbiamo già 5 milioni di italiani in povertà assoluta. Siamo anche più precari e anche questo produce più impoverimeto. E’ aumenta la zona grigia in cui i diritti non sono certi ed è proprio questa zona di cui si nutrono le mafie e la corruzione. La mafia si sostituisce allo stato per quanto riguarda il welfare, il benessere, la sicurezza sociale  e lo fa con metodi criminali e che minano la nostra società dall’interno.

– Quali sono gli interventi che il governo ha finora messo in campo per contenere il dilagare della povertà nel nostro Paese?

Le pezze si possono mettere sui vestiti sani: quando tu metti una pezza su un vestito di stracci è chiaro che hai prodotto un Arlecchino per Carnevale o un vestito di buchi che non serve a niente. Nel momento in cui il vestito è costituito dalle attuali politiche di austerità europee e dalle attuali politiche sociali nazionali, da politiche fiscali sbagliate, dalla non introduzione della misura di sostegno al reddito e su questo vestito si introduce una misura che prevede un esborso di circa 1 miliardo e mezzo, significa fare poco e male. Qualcosa non è meglio di niente, dice la Caritas: aver stanziato una cifra così bassa per combattere la povertà e le diseguaglianze (servirebbero 18 miliardi, il governo ha stanziato 1,5 miliardi), significa dare 300/320 euro a famiglie che hanno un isee inferiore ai 3000 euro e con figli a carico, significa applicare un universalismo selettivo, significa scatenare una competizione tra persone in difficoltà. Tutti abbiamo lo stesso diritto ma solo alcuni lo vedono soddisfatto. La misura è, quindi, totalmente insufficiente in termini economici e anche sociali.  

– In che misura la miopia politica in materia di welfare ha contribuito a destrutturare e impoverire il lavoro delle numerose realtà che in Italia si occupano di servizi alla persona?

Sì, di miopia si parla perché un sindaco, un governatore, un amministratore che ha la fortuna di avere sul proprio territorio organizzazioni e realtà sociali che animano la cooperazione sociale, come nel caso di Monterotondo, si trova già avvantaggiato perché ha quelle che io chiamo istituzionalità sociali che svolgono un lavoro analogo a quello che dovrebbe svolgere lo Stato, cioè di garanzia dei diritti sociali. Queste realtà accorciano le distanze rispetto a chi è rimasto indietro, svolgono un compito fondamentale di accompagnamento, di sostegno di tutta la solitudine che molte persone sentono e delle discriminazioni che viviamo in una società che sta diventando più razzista, perché la povertà materiale spesso si coniuga con la povertà culturale. In questo caso la miopia da parte degli amministratori sta nel non comprendere quanto sia importante dotarsi di un sistema di protezione sociale in cui le cooperative svolgono un ruolo fondamentale. Non comprendere questo significa per certi versi anche minare la base elettorale su cui le forze politiche, democratiche e progressiste costruiscono il loro consenso, significa frammentare una società che se diventa più individualista e competitiva è una società di fatto più di destra. Le cooperative sociali hanno un compito fondamentale perché consentono la tenuta democratica e della coesione sociale dei territori, svolgono un compito insostituibili. Non si tratta di avere un approccio paternalistico e lobbista, la cooperazione sociale e il welfare di comunità sono fondamentali in questa fase per sfidare la crisi, per rappresentare un’altra idea di società che si costruisce realmente con le famiglie, le comunità, gli operatori sociali, gli utenti. La cooperazione sociale svolge un compito fondamentale perché tiene aperto e vivo il dibattito sulla politica, sulla storia.

– Entro novembre dovrebbe essere approvata la legge di stabilità 2017. Stando a quanto emerso, il sociale che spazio trova in questa norma?

Purtroppo le tematiche sociali trovano uno spazio marginale e minoritario nella legge di stabilità. E’ tornata in auge l’idea che sono le imprese e il mercato a creare la società,  il profitto e la ridistribuzione del reddito. Questo è un errore madornale che il nostro governo continua a fare. La crescita economica non è in connessione con l’occupazione e la lotta alle disuguaglianze. Si sceglie di dare 80 euro a una parte della popolazione che non è povera e si stanzia solo 1 miliardo per combattere le disuguaglianze. Noi, con la campagna Miseria Ladra, sosteniamo che il reddito di dignità avrebbe un impatto nettamente maggiore sulla domanda aggregata, rispetto agli assegni di 80 euro ai ceti medi. In questa legge di stabilità non c’è quasi nulla per chi è rimasto indietro e soprattutto stupisce e preoccupa l’assenza di una visione delle politiche sociali legata agli obblighi della Repubblica e alle necessità della nostra comunità.

– Libera, con la campagna “Miseria Ladra”, ha avanzato proposte e richieste alle istituzioni internazionali, nazionali e locali per favorire la costruzione dell’uguaglianza e la giustizia sociale. Quali risposte, ad oggi, avete potuto registrare?

Sì, Libera, Il gruppo Abele e altre 2000 realtà italiane sono impegnate nella campagna Miseria Ladra. Questi mondi, insieme a circa 60 sindaci anche di città importanti, hanno fatto delle richieste al governo e alla Commissione Europea. Hanno sollevato temi concreti che potrebbero risollevare le sorti di 5.000.000 di famiglie. Abbiamo chiesto: il reddito di dignità (che l’Europa ci chiede dal 1992), di mettere fuori dal patto di stabilità le politiche sociali, di ripristinare la quantità di fondi stanziata nel 2008 nel Fondo Nazionale per le Politiche Sociali. Tre proposte tarate su quello che ci insegna la Costituzione, sulla Carta di Nizza e su quello che è l’interesse generale del nostro Paese. Purtroppo le nostre proposte non sono state fatte proprie né dal Governo italiano né dalla Commissione Europea, ma questa campagna ci ha consentito di costruire un campo più ampio con altre realtà che provano a portare avanti analoghi obiettivi e ideali. Il nostro lavoro ha permesso di espandere il consenso sulla necessità di intervenire attraverso le politiche sociali sulla lotta alle disuguaglianze, alle mafie e alla corruzione. Grazie al lavoro di Libera, del Gruppo Abele e delle reti sociali c’è stato e continua ad esserci un dibattito su una serie di temi che altrimenti sarebbero stati rimossi dall’agenda politica. La politica non si fa solo in Parlamento, ma viene portata avanti anche da migliaia di persone e cittadini che nelle rete sociali o nel volontario producono consapevolezza e pensiero politico.

– In che modo proseguirà la campagna “Miseria Ladra”?

Come molti di voi sapranno, pochi giorni fa, siamo stati accolti insieme ad altre reti da Papa Francesco in occasione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari ed è stata per noi un’ottima occasione per capire se siamo in grado di allargare ulteriormente il nostro campo, di creare una rete sempre più grande che sappia mettere al centro la questione sociale nel nostro Paese. Per cui stiamo lavorando per costruire un movimento sempre più forte in grado di raggiungere risultati contundenti nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea. Vogliamo costruire la Rete dei Numeri Pari, una rete di pari tra pari.