L’appartenenza territoriale della cooperazione sociale

La gestione corretta e professionale di un servizio da parte delle cooperative sociali non assicura a queste ultime che tale servizio non passi successivamente in mano a altre realtà. E’ questo un problema che le coop sociali si trovano ad affrontare ogni volta che viene indetto un nuovo bando per il rinnovo di un appalto.

Lavorare bene, per il bene della comunità e nel rispetto dei diritti dei lavoratori non è sufficiente per assicurare la continuità della gestione di un servizio. Il valore del lavoro sociale non è oggi adeguatamente valutato dagli enti appaltatori e troppo spesso capita che dopo anni di attività svolte con e per la cittadinanza, mettendo al centro le persone e i loro bisogni, si è costretti a fare gli scatoloni e ad abbandonare le persone e i luoghi di cui ci si è presi cura. Ma perché questo accade?

Per capire meglio cosa è successo è utile guardare alla cooperazione romana dei primi degli anni ‘80 che, di fatto, ha influenzato anche quella della provincia e di altri territori del Lazio.

Quando ancora non si parlava di cooperative sociali, ma di cooperative socio-sanitarie, la Pubblica Amministrazione romana prese in considerazione quelle realtà – nate spontaneamente sul territorio e che cercavano di soddisfare bisogni di famiglie in difficoltà proponendo attività per minori, disabili ed anziani – per l’istituzione dei primi servizi di assistenza domiciliare ad anziani (SAD).

Furono rappresentanti politici attenti alle dinamiche nei quartieri, nelle circoscrizioni territoriali, che definirono le assegnazioni dei servizi, premiando le esperienze di quei cittadini che si erano auto-organizzati per dare risposte e creare nuovo lavoro. In quel momento i servizi nascevano sulla definizione di un fabbisogno individuato e un budget determinato, gli interventi prevedevano un numero fisso di anziani da assistere ed un numero fisso di operatori delle cooperative da impiegare. 

In quegli anni la cooperazione era ritenuta espressione di un territorio e ispiratrice per la costruzione di nuovi servizi. E fu proprio in quel periodo che in provincia di Roma e nelle altre province del Lazio nacquero e si svilupparono esperienze cooperative che contribuirono a creare legami, integrazione e sviluppo sociale. L’appartenenza al tessuto sociale, attraverso l’esperienza di interventi svolti sul territorio, era elemento discriminante per l’aggiudicazione dei servizi nelle gare e i Servizi Sociali dei Comuni, consideravano questo lavoro in termini di “intervento”, appunto, non di mera “prestazione”, proprio per meglio definire azioni complesse volte all’integrazione sociale delle persone svantaggiate o a rischio di emarginazione.

Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario totalmente diverso. Con il passare degli anni anche nell’ambito della cooperazione sociale si è creato “un mercato sociale” in cui le singole cooperative non cooperano per il raggiungimento di un unico obiettivo, ma sono in competizione per sottrarre fette di lavoro alle concorrenti. Questo meccanismo, determinato e alimentato dagli Enti Pubblici, è comunque frutto di una politica nazionale che ha visto per anni la riduzione della spesa sociale e che ha costretto gli Enti Locali ad utilizzare sempre più gare d’appalto, per l’assegnazione dei servizi alle persone, che si basavano principalmente sul “ribasso”. Con l’istituzione del Patto di Stabilità e l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti gli Enti Pubblici, la situazione è andata peggiorando ed anche se non si parla più di gare “al massimo ribasso”, ma di gare con “offerta economicamente più vantaggiosa”, ci troviamo comunque di fronte a gare che prevedono una riduzione della cifra dell’appalto con fornitura di interventi aggiuntivi e migliorativi a “costo zero” per la P. A.

La qualità degli interventi ne esce mortificata così come l’esperienza ed il lavoro svolto sul territorio dove la cooperativa nasce e si sviluppa.

Le gare a ribasso non dovrebbero esistere – dicono i promotori della campagna #atempodebito! – è fondamentale individuare interlocutori istituzionali che sappiano guardare al lavoro sociale a 360°, valutando adeguatamente i benefici della buona cooperazione sui territori di appartenenza, incentivando l’incontro e la collaborazione delle diverse realtà sociali presenti sul territorio ed evitando, così, di alimentare la competizione a discapito della qualità dei servizi”.

Le cooperative Iskra, Folias e Il Pungiglione, grazie alla proficua collaborazione con l’attuale amministrazione comunale di Monterotondo (RM), sanno bene che il dialogo e la condivisione di intenti con le istituzioni e la politica sono la base fondamentale per la cooperazione sociale, quella cooperazione che continua a perseguire il suo intento originario: sostenere lo sviluppo della comunità locale, coltivare il senso di appartenenza, avere cura dei beni comuni e favorire l’inclusione sociale delle persone svantaggiate. Solo quando questo approccio diventerà “sistema” sarà possibile mettere da parte le logiche di mercato a favore della collaborazione. Ma quante cooperative sociali sono davvero disposte a mettersi in discussione?