La cooperazione sociale dopo Mafia Capitale (2): il punto di vista di Armando Zappolini, presidente CNCA

Innovare e co-progettare per rispondere in modo adeguato ai crescenti bisogni sociali: è quanto propone Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza (CNCA),  nell’intervista che segue, in merito alle sorti della cooperazione sociale dopo Mafia Capitale e alla necessità di arginare la povertà dilagante che sta interessando il nostro Paese. 

Qual è lo stato dell’arte per la cooperazione sociale del Lazio dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”?

Un pessimo stato. L’inchiesta “Mafia Capitale”, che pare aver perso – per la verità – molta della sua spinta iniziale, ha avuto senza dubbio il merito di scoperchiare una rete di collusioni, trasversali, che arrivavano fino ad organizzazioni criminali estremamente pericolose. La spesa per bisogni sociali di rilevanza primaria – a cominciare da quella per le persone migranti – era diventata anch’essa un pezzo della torta che si spartivano in tanti, senza preoccuparsi affatto delle condizioni di vita delle persone più fragili. Questo è il lato positivo dell’inchiesta.

Il problema è che – dopo “Mafia Capitale” – è stata gettata un’ombra su tutto il terzo settore romano e, persino, nazionale. “Attenti ai buoni”, si è detto un po’ ovunque. E così ogni affidamento al terzo settore è diventato un investimento potenzialmente pericoloso, specie a Roma. Questo ha finito per complicare enormemente le procedure burocratiche, accrescere le esitazioni degli stessi dirigenti degli enti territoriali nel firmare gli atti, eliminare le proroghe, con cui era possibile non interrompere i servizi, un aspetto che favoriva prima di tutto le persone che di tali servizi usufruiscono. Ora è tutto (quasi) fermo. Si può continuare così, in una città che ha problemi sociali enormi?

Tutto il mondo della cooperazione sociale è stato fortemente screditato senza alcuna distinzione. Eppure, come abbiamo cercato di ripetere a più voci, sono tante le realtà sociali che operano per il benessere collettivo, offrendo servizi e lavoro. Come accendere i riflettori sulle buone prassi?

Noi pensiamo che bisogna continuare nel lavoro di rete, nello sforzo di unire persone, operatori, volontari, organizzazioni per creare luoghi e momenti di scambio e di mobilitazione, attraverso i quali si sia capaci di parlare alle istituzioni e alla città. Il CNCA Lazio ha provato sempre a essere un catalizzatore di iniziative, campagne, interlocuzioni con le istituzioni, aperto alla relazione con gli altri soggetti del terzo settore e della collettività.

Non dobbiamo chiuderci nei servizi, o limitarci a fare il “sindacato” del nostro mondo. Saremmo, comunque, perdenti. Si tratta di appassionare i cittadini a un’idea di società, coinvolgere le istituzioni su progettualità che coinvolgano e arricchiscano la comunità locale. Insomma, servono cultura e politica, non solo competenze tecniche nel fare gli interventi.

 

La cooperazione sociale è – come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Mattarella – un modello imprenditoriale capace di coniugare redditività e solidarietà ma ha subito, negli ultimi anni, gravi conseguenze legate alla crisi economica. In uno scenario così complicato quanto conta l’innovazione e quali modelli potrebbero essere applicati?

L’innovazione sociale è fondamentale per il terzo settore. Come per l’intero paese. Possiamo continuare ad andare avanti con i pannicelli caldi, con piccoli interventi di manutenzione che abbiano un orizzonte temporale di pochi mesi o osare di più, rischiando anche di sbagliare, come capita a volte a chi vuole innovare. La suddivisione di compiti e funzioni fra Pubblica amministrazione-Imprese-Organizzazioni non profit va completamente ripensata. Tutte le acquisizioni sul terzo settore come “pubblico sociale” (e, dunque, non “privato sociale”) sono rimaste solo sulla carta dei libri più avanzati.

Noi riteniamo che l’impresa sociale vada intesa come quella organizzazione in grado di massimizzare gli impatti sociali ed ambientali sotto il vincolo di sostenibilità economica. Un aspetto che era sembrato centrale quando partì il dibattito sulla riforma del terzo settore. Ma la montagna ha partorito il topolino. Il tema dell’impatto sociale è appena nominato e non declinato nei testi in discussione in Parlamento. Mentre, invece, avrebbero dovuto costituire il perno di questa riforma, stabilendo criteri di qualità, valutazione, indirizzo e premialità. È rimasta solo l’enfasi per l’ “impresa sociale”, una notte in cui tutte le vacche sembrano nere.

Rischiamo di favorire una deriva economicista e mercantile, piuttosto che creare una cornice in cui sviluppare innovazione sociale e nuovi modelli di business – attenti ai bisogni sociali e dell’ambiente – e di rapporto con le istituzioni. Speriamo che terzo settore e amministrazioni saranno più saggi, perché il punto non è tanto accrescere i fatturati e dare qualche stipendio in più – ammesso che ci si riesca – ma trovare un progetto per un paese frantumato, pieno di risentimento, impoverito, facendo ognuno la propria parte. E il terzo settore è – ribadiamolo, proprio nel momento in cui volano gli schizzi di fango su tutti e tutto – una delle risorse civiche, culturali ed economiche primarie su cui può contare l’Italia.

Un ruolo centrale nella valorizzazione della buona cooperazione è rivestito dalle stesse istituzioni. Quale dovrebbe essere l’approccio di Comuni e Regioni nei confronti delle tante realtà a cui appaltano servizi pubblici?

La legge 328/2000 aveva previsto un approccio innovativo e al passo con la maturazione dei diversi attori impegnati nelle politiche sociali. La legge intendeva valorizzare tutti questi soggetti creando sedi e procedure nuove di governance, fino ad arrivare a forme di co-progettazione e, addirittura, co-programmazione. Purtroppo, nella gran parte dei territori la legge 328 è rimasta un libro dei sogni. Si è continuato tranquillamente con le gare al massimo ribasso, con la competizione aperta anche a organizzazioni con fatturati e organici notevoli, ma senza radicamento nei territori, che provano a vincere bandi con importi alti un po’ dove capita. Più in generale, non si è tentato davvero di elaborare una nuova cultura politica e organizzativa che assumesse le politiche sociali come strategiche per lo sviluppo del paese e delle comunità locali.

La crisi economica e la difficilissima situazione economico-finanziaria in cui versano diverse Regioni – tra cui il Lazio – e un altissimo numero di enti locali hanno dato il colpo di grazia a ogni velleità di cambiamento e innovazione. C’è chi ha provato a definire un nuovo approccio nel rapporto Pubblica amministrazione-organizzazioni non profit, che dovrebbe passare per una revisione significativa dello stesso diritto amministrativo. È Il caso, soprattutto, del Labsus di Gregorio Arena, che sta facendo un egregio lavoro con la proposta di “amministrazione condivisa dei beni comuni”. Un approccio che si sta sperimentando in diversi Comuni, in particolare a Bologna. È un’azione che coglie il nodo cruciale: se non rivediamo i meccanismi di governance difficilmente potremo innovare e, dunque, rispondere a una massa di bisogni sociali cresciuti negli anni sia di numero sia, soprattutto, di tipologia.

Oggi la povertà dilagante e le disuguaglianze sociali non trovano risposte adeguate da parte dello Stato. I fondi messi a disposizione non sono sufficienti a rispondere alle crescenti richieste. Quali sono le scelte politiche auspicabili che potrebbero portare ad una inversione di tendenza?

La scelta politica fondamentale è quella di arrivare a una forma di reddito di inclusione (o come vogliamo chiamarlo) davvero universale. Un vuoto nel nostro sistema di welfare che è davvero scandaloso. Il Governo ha fatto un primo passo, ancora largamente insufficiente e che riguarda solo la povertà assoluta. Auspichiamo che, in tempi non lunghissimi, la dotazione finanziaria del fondo raggiunga cifre all’altezza della quantità e qualità dei bisogni registrati.

Certo, non è un problema solo di soldi, ma anche di approccio all’intervento, che richiede un forte lavoro di rete e di integrazione dei servizi. Ritorniamo, ancora una volta, al nodo di una nuova cultura amministrativa e politica, che origini nuove forme di collaborazione tra soggetti pubblici e del terzo settore. Ma è chiaro che la povertà – e la disuguaglianza – non possono essere affrontate solo con lo strumento, seppur importante, del reddito di inclusione. Questa misura arriva, per così dire, a cose fatte, per aiutare le persone a uscire da una condizione di grave difficoltà. Ma è evidente che occorre incidere sui meccanismi che producono sempre più disuguaglianza e impoverimento. Un processo che è partito con gli anni Ottanta e continua senza incontrare ostacoli. Anzi, una politica sempre più debole – non solo in Italia – è sempre meno capace di riunire gli interessi di segmenti di popolazione differenti in proposte politiche che mirino comunque al miglioramento delle condizioni collettive.

È l’epoca dell’“1% contro il 99%”, di fasce crescenti di cittadini che diventano quasi “vite di scarto”. Processi che sono i maggiori responsabili di risentimenti e paure che ingrossano non solo gli elettorati di partiti estremisti, ma anche una sempre più radicata xenofobia. A rischio c’è la stessa democrazia: se ho l’impressione (forse anche giustamente…) che chi governa non si preoccupa minimamente di me, ma solo dei soggetti più potenti nel rapporto di lobbying, allora che tipo di solidarietà collettiva dovrei sentire? Il benessere diffuso protegge e promuove la democrazia. Un assunto quasi banale, che molta parte di establishment pare aver dimenticato, ritenendo che non ci sia più un nemico forte da contrastare (vedi il comunismo con il suo blocco di paesi). Ma giocando con il fuoco, alla fine ci si scotta.

I promotori della campagna a #ATempoDebito ringraziano Armando Zappolini, presidente CNCA, per la disponibilità e vi invitano a leggere, sullo stesso argomento, l’intervista a Anna Vettigli, responsabile Legacoopsociali Lazio.