BRESCIA, CITTA’ A “ZERO GARE”: LA GESTIONE DEI SERVIZI SOCIALI SECONDO LA VISIONE DI FELICE SCALVINI

La gestione dei servizi sociali può cambiare rotta. E’ possibile scardinare i vecchi modelli e introdurre, fattivamente, il concetto di co-progettazione tra istituzioni e terzo settore. E’ quanto sostiene e pratica Felice Scalvini, Assessore ai Servizi sociali e alla famiglia del comune di Brescia

Scalvini, da quali esigenze nasce il modello di gestione dei servizi sociali “zero gare” che ha sviluppato a Brescia?

Ho iniziato a pensare a questo modello ancor prima di diventare un amministratore, quando lavoravo nella cooperazione. Il tutto nasce dall’esigenza di avere una visione della comunità locale, quindi della città, del paese, del quartiere – ovviamente si tratta di un approccio a geometria variabile – concepito come il sistema complessivo di produzione del walfere, dove la pubblica amministrazione è il soggetto che deve integrare tutte le diverse potenzialità di un territorio. “Gare zero significa cambiare il punto di vista. Se io non sono più il soggetto erogatore di servizi, ma sono il soggetto che promuove lo sviluppo di fornitori di servizi sul territorio, utilizzo strumenti diversi da quelli dell’appalto e devo inventarmi altri strumenti per trasferire risorse di cui dispongo a questi soggetti. Ovviamente tutto deve avvenire sempre secondo una logica di grande trasparenza, equità e rigore.

Che tipo di difficoltà ha incontrato nell’introduzione di questa nuova visione del welfare?

Le difficoltà sono quelle legate al cambio di paradigma. Questo è un cambio di paradigma complessivo che significa un diverso utilizzo della strumentazione giuridica che comunque è disponibile, ma che è diversa da quella che viene usata tradizionalmente nei servizi sociali. Poi ci sono difficoltà nel proporre ai soggetti un cambio di visione e un cambio di metodologia di lavoro, difficoltà a fare trasformazione in una fase in cui non avendo risorse aggiuntive qualsiasi rimodulazione comporta comunque spostamenti di risorse – anche in una città come Brescia che non ha ridotto, in questi anni, le risorse complessive – e ultimo, difficoltà di costruire le professionalità adeguate non solo dentro la pubblica amministrazione ma anche dentro le strutture private.

Quali sono i benefici che questa gestione ha portato alla cittadinanza?

Il cambiamento è ancora in divenire. Comunque ad oggi stiamo, a parità di spesa, aumentando e migliorando i servizi prodotti in città e questo senza premere sull’unica cosa su cui tradizionalmente si preme: il costo della manodopera. Non vedo gente ricca in giro tra gli operatori sociali, mi sembra, quindi, che gravare su di loro sia un’operazione sconsigliabile.

Questo modello è esportabile?

Penso di sì. Non è un modello, è proprio una visione diversa e come sempre le visioni vanno “modellizzate” all’interno dei contesti. Certo, il fatto che Brescia sia una città di 200 mila abitanti, di non avere problemi di gestione associata e di avere una tradizione di vivacità del mondo del terzo settore e della cooperazione – che per altro non mi sembra da meno nemmeno qui a Monterotondo- mi ha aiutato. La cosa più complicata per i vostri territori è che le gestioni associate introducano variabili anche politiche – non solo gestionali – che sono più complesse da risolvere. Comunque ce la farete!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.