Beni comuni: una rete per il benessere della comunità

E’ passato quasi un anno da quando la cooperativa sociale Il Pungiglione ha lanciato “Da servizio alla persona a bene comune”, un percorso partito da Il Funambolo (Centro Socio Educativo Diurno Riabilitativo Intercomunale del distretto socio sanitario RM 5.1) e aperto alla partecipazione di cittadini, enti del terzo settore e enti pubblici. Grazie alla proficua collaborazione con Labsus, laboratorio di sussidiarietà, la cooperativa è riuscita a creare una rete eterogenea per la cura e la rigenerazione dei beni comuni che sabato 11 novembre, a partire dalle 9, si ritroverà presso il Parco Don Puglisi a Monterotondo Scalo (RM) per la prima azione condivisa. 

Sono stati necessari diversi incontri di scambio e condivisione e momenti di formazione per creare un gruppo di facilitatori in grado di far emergere l’interesse e la voglia dei cittadini di prendersi cura di quanti essi ritengano siano i loro beni comuni,  beni cioè che possano diventare di interesse comune e essere oggetto di un processo di riqualificazione. Sono così state individuate aree, strade, aiuole, parchi e edifici nei comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo su cui lavorare: primo tra tutti il Parco Don Puglisi a Monterotondo Scalo dove il prossimo sabato saranno piantumati nuovi alberi, curata la siepe e abbellito il verde che circonda la casa di legno che ospita il centro diurno  per minori “Piccole canaglie”, servizio gestito dalla cooperativa sociale Folias.

Ma la cura dei beni comuni va ben oltre l’ azione – semplice quanto importante –  di rigenerazione di uno spazio: significa incentivare il cambiamento dal basso, rendere i singoli cittadini partecipi di tale cambiamento, favorire l’inclusione sociale e migliorare il senso di identità e appartenenza delle persone alla comunità di riferimento.

La rete sociale creata in questi mesi e la sussidiarietà orizzontale, cioè la conciliazione  tra la libera iniziativa dei cittadini e il sostegno delle amministrazioni locali, hanno messo in moto un’economia circolare in grado di produrre benessere socio-economico, a favore di tutti, ma con particolare attenzione per le persone in difficoltà.

In questo processo il terzo settore e la cooperazione sociale svolgono un ruolo centrale, sono dei veri e propri connettori sociali che non possono più essere inquadrati solo come enti gestori di servizi pubblici, ma hanno essi stessi una funzione pubblica primaria, generando con il loro operato partecipazione e democrazia.

Vi aspettiamo, sabato 11 novembre alle 9.00, presso il parco Don Puglisi, a Monterotondo Scalo (RM). Insieme per i beni comuni!

La rete per i beni comuni è costituita da: le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione, Labsus – laboratorio per la sussidarietà, l’ASL RM 5.1, Movimento cittadino Retake Monterotondo, Anpi Monterotondo, Gruppo informale Arcoiris, Comitato di quartiere Pratone, Casa famiglia Casa delle Case, Rete Tana Libera Tutti, Associazione culturale Circusnavigando, Associazione Clematide Onlus, Associazione Ginnastica Monterotondo e i comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo. 

Contro la povertà educativa “ci vuole un seme”!

Finanziato dal Bando Prima infanzia 2016 dell’Impresa Sociale “Con i Bambini” il progetto per la periferia nord est di Roma: è tra i primi 5 nel Lazio e tra gli 80 selezionati in Italia su 128 progetti presentati.

Ai nastri di partenza un progetto per ampliare e potenziare l’offerta dei servizi educativi per bambini da 0 mesi a 6 anni e per le loro famiglie, nella periferia nordest di Roma. “Ci vuole un seme” è un’iniziativa promossa dalla Cooperativa Sociale Folias in partenariato con 26 soggetti pubblici e privati, tra cui le Cooperative Sociali Iskra e Il Pungiglione. Nel titolo l’intento del percorso: generare partecipazione e collaborazioni che possano garantire la continuità del progetto oltre la sua durata.

Finanziato dal Bando Prima infanzia 2016 dell’Impresa Sociale “Con i Bambini”, il progetto è tra i cinque selezionati nella Regione Lazio per contrastare la povertà educativa e ha l’obiettivo di promuovere “un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”, così come previsto dal 4° obiettivo dell’Agenda globale 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

L’idea progettuale prevede la realizzazione di tre presidi ad ”alta densità educativa”: luoghi, cioè, di incontro e aggregazione – aperti alle famiglie con bambini 0-6 anni, agli insegnanti, agli operatori che lavorano con l’infanzia – che favoriscano socializzazione, integrazione culturale, formazione e benessere psico-sociale. I presìdi saranno creati presso tre plessi scolastici dislocati a Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova, tre comuni in provincia di Roma.

Ci vuole un seme” intende, così, offrire alla comunità di riferimento la possibilità di sperimentare un modello di welfare comunitario in grado di mettere in campo una risposta multidimensionale ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie. Una forma integrata di intervento che coinvolge enti pubblici e privati impegnati nella creazione di una comunità educante territoriale sempre più strutturata ed eterogenea che contribuisca, tra l’altro, a migliorare lo status economico dei nuclei vulnerabili attraverso azioni di formazione e accompagnamento al lavoro.

Il progetto prevede laboratori per l’infanzia e per genitori, spazi per mamme e bambini 0-2 anni, spazi di ascolto per famiglie, workshop per genitori, insegnanti e operatori sociali, la creazione di spazi baby 0-6 anni, incontri di supporto al protagonismo genitoriale, spazi di solidarietà e corsi di formazione e orientamento al lavoro per genitori disoccupati.

Siamo molto orgogliosi che il nostro progetto sia stato finanziato – dice Silvia Funaro, responsabile Comunità Educante della Cooperativa Folias. Pensiamo davvero che aprire le scuole in orario extra-curriculare e immaginarle non solo come agenzie educative, ma anche come una casa, un luogo accogliente e aperto in cui affiancare ai processi educativi formali anche quelli non formali e informali, rappresenti un primo passo per combattere la povertà educativa sui nostri territori”.

Lavoriamo da 23 anni tra i comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo – aggiunge Salvatore Costantino, Presidente della Cooperativa Folias. Aver riunito in un unico progetto 27 organismi pubblici e privati del territorio per noi significa riuscire ad intercettare le diverse esigenze della popolazione locale, catalizzare risorse per dare una risposta concreta alla necessità di rafforzare i servizi per la prima infanzia e per i nuclei familiari più vulnerabili nel Distretto Socio Sanitario RMG1”.

Il partenariato vede in campo il distretto socio sanitario RM G1 (Mentana, Fonte Nuova, Monterotondo), l’ASL Roma 5, la Regione Lazio, 12 tra istituti scolastici e asili nido, 4 associazioni locali, 2 realtà di supporto metodologico, un ente per la valutazione dell’impatto sociale e tre cooperative sociali che da oltre 20 anni lavorano nell’area di intervento e che costituiranno, insieme, la cabina di pilotaggio.

Verso il 14 ottobre… in piazza contro la povertà e per i diritti!

Continua l’incessante lavoro della Rete dei Numeri Pari e delle centinaia di realtà sociali che sul territorio nazionale aderiscono ad essa, continua la mobilitazione dal basso delle organizzazioni e gruppi di cittadini impegnati contro la povertà e le mafie, per l’accoglienza, i diritti sociali e la casa che intendono invertire la rotta e rimettere al centro la dignità e la giustizia. Per questo il prossimo 14 ottobre si scende in piazza, in tutt’Italia e #AdAltaVoce con l’obiettivo di «dare forma, voce e sostanza alla speranza».

Anche le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione aderiscono alla manifestazione diffusa lanciata dalla rete e saranno in piazza Don Giovanni Bosco, a Roma, da dove prenderà il via la mobilitazione nella capitale. Un luogo niente affatto casuale: lì è stato celebrato il funerale del boss dei Casamonica, con tanto di cavalli e petali dal cielo, e sempre lì si trova un presidio che accogliere chi – lontano dalle mafie e dalla corruzione – è stato fortemente colpito dalla crisi, ha perso il lavoro, non ha una casa, non ha assistenza sanitaria e vive ai margini della società.

Ogni realtà sociale porterà in piazza e per le strade le esigenze e bisogni dei territori in cui lavora, ma tutti saranno uniti dalla volontà di rimettere al centro la persona e sui diritti, a favore di politiche che non guardino al Pil ma a quanti ogni giorno combattono per sopravvivere alla povertà.

Dal prossimo gennaio sarà possibile accedere al REI, Reddito di Inclusione, ma di certo la misura non sarà sufficiente a colmare le disuguaglianze e le discriminazioni sociali presenti nel nostro Paese. Se da un lato si ha l’impressione che il governo abbia dato, dall’altro ha tolto: i fondi per il sociale, per la scuola, per la cultura hanno subito tagli drastici a causa delle politiche di austerity. Come sottolineato più volte da Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e promotore della Rete dei Numeri Pari, è necessario un intervento più ampio e strutturale per ridurre l’esclusione, è fondamentale che la politica inizi a guardare con gli occhi dei più poveri.

Di fronte a scelte politiche che non sempre tengono conto della dignità delle persone, le realtà sociali che lavorano al fianco dei più fragili non possono stare con le mani in mano. La forza della rete e delle contaminazioni tra organizzazioni e cittadini che conoscono da vicino i problemi reali del Paese può rappresentare una spinta dal basso verso il cambiamento. Per questo Folias, Iskra e Il Pungiglione il prossimo 14 ottobre saranno in prima linea! 

L’appuntamento è a Roma, il 14 ottobre, in piazza Don Giovanni Bosco ( ZonaTuscolana), dalle 13 alle 20.30. Per maggiori informazioni sulle altre piazze d’Italia www.numeripari.org

Il lavoro va sempre pagato a tempo debito!

Le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione rendono noti i ritardi dei pagamenti da parte delle Pubbliche Amministrazione per i servizi erogati. I dati riportati nella grafica sono aggiornati a giugno 2017.

Il lavoro va sempre pagato a tempo debito! La direttiva comunitaria del 2011, entrata in vigore nel 2013, stabilisce per la Pubblica Amministrazione 30 giorni di tempo per i pagamenti in generale e 60 giorni in casi particolari. La realtà degli enti pubblici dei territori su cui lavorano le tre organizzazioni è ben distante dal rispetto della norma. A pagare la precarietà e la difficoltà dello Stato sono i lavoratori e a guadagnarci sono le banche a cui le cooperative sociali spesso sono costrette a rivolgersi per assicurare la continuità dei servizi e gli stipendi a chi lavora.

 

La cooperazione sociale dopo Mafia Capitale (2): il punto di vista di Armando Zappolini, presidente CNCA

Innovare e co-progettare per rispondere in modo adeguato ai crescenti bisogni sociali: è quanto propone Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza (CNCA),  nell’intervista che segue, in merito alle sorti della cooperazione sociale dopo Mafia Capitale e alla necessità di arginare la povertà dilagante che sta interessando il nostro Paese. 

Qual è lo stato dell’arte per la cooperazione sociale del Lazio dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”?

Un pessimo stato. L’inchiesta “Mafia Capitale”, che pare aver perso – per la verità – molta della sua spinta iniziale, ha avuto senza dubbio il merito di scoperchiare una rete di collusioni, trasversali, che arrivavano fino ad organizzazioni criminali estremamente pericolose. La spesa per bisogni sociali di rilevanza primaria – a cominciare da quella per le persone migranti – era diventata anch’essa un pezzo della torta che si spartivano in tanti, senza preoccuparsi affatto delle condizioni di vita delle persone più fragili. Questo è il lato positivo dell’inchiesta.

Il problema è che – dopo “Mafia Capitale” – è stata gettata un’ombra su tutto il terzo settore romano e, persino, nazionale. “Attenti ai buoni”, si è detto un po’ ovunque. E così ogni affidamento al terzo settore è diventato un investimento potenzialmente pericoloso, specie a Roma. Questo ha finito per complicare enormemente le procedure burocratiche, accrescere le esitazioni degli stessi dirigenti degli enti territoriali nel firmare gli atti, eliminare le proroghe, con cui era possibile non interrompere i servizi, un aspetto che favoriva prima di tutto le persone che di tali servizi usufruiscono. Ora è tutto (quasi) fermo. Si può continuare così, in una città che ha problemi sociali enormi?

Tutto il mondo della cooperazione sociale è stato fortemente screditato senza alcuna distinzione. Eppure, come abbiamo cercato di ripetere a più voci, sono tante le realtà sociali che operano per il benessere collettivo, offrendo servizi e lavoro. Come accendere i riflettori sulle buone prassi?

Noi pensiamo che bisogna continuare nel lavoro di rete, nello sforzo di unire persone, operatori, volontari, organizzazioni per creare luoghi e momenti di scambio e di mobilitazione, attraverso i quali si sia capaci di parlare alle istituzioni e alla città. Il CNCA Lazio ha provato sempre a essere un catalizzatore di iniziative, campagne, interlocuzioni con le istituzioni, aperto alla relazione con gli altri soggetti del terzo settore e della collettività.

Non dobbiamo chiuderci nei servizi, o limitarci a fare il “sindacato” del nostro mondo. Saremmo, comunque, perdenti. Si tratta di appassionare i cittadini a un’idea di società, coinvolgere le istituzioni su progettualità che coinvolgano e arricchiscano la comunità locale. Insomma, servono cultura e politica, non solo competenze tecniche nel fare gli interventi.

 

La cooperazione sociale è – come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Mattarella – un modello imprenditoriale capace di coniugare redditività e solidarietà ma ha subito, negli ultimi anni, gravi conseguenze legate alla crisi economica. In uno scenario così complicato quanto conta l’innovazione e quali modelli potrebbero essere applicati?

L’innovazione sociale è fondamentale per il terzo settore. Come per l’intero paese. Possiamo continuare ad andare avanti con i pannicelli caldi, con piccoli interventi di manutenzione che abbiano un orizzonte temporale di pochi mesi o osare di più, rischiando anche di sbagliare, come capita a volte a chi vuole innovare. La suddivisione di compiti e funzioni fra Pubblica amministrazione-Imprese-Organizzazioni non profit va completamente ripensata. Tutte le acquisizioni sul terzo settore come “pubblico sociale” (e, dunque, non “privato sociale”) sono rimaste solo sulla carta dei libri più avanzati.

Noi riteniamo che l’impresa sociale vada intesa come quella organizzazione in grado di massimizzare gli impatti sociali ed ambientali sotto il vincolo di sostenibilità economica. Un aspetto che era sembrato centrale quando partì il dibattito sulla riforma del terzo settore. Ma la montagna ha partorito il topolino. Il tema dell’impatto sociale è appena nominato e non declinato nei testi in discussione in Parlamento. Mentre, invece, avrebbero dovuto costituire il perno di questa riforma, stabilendo criteri di qualità, valutazione, indirizzo e premialità. È rimasta solo l’enfasi per l’ “impresa sociale”, una notte in cui tutte le vacche sembrano nere.

Rischiamo di favorire una deriva economicista e mercantile, piuttosto che creare una cornice in cui sviluppare innovazione sociale e nuovi modelli di business – attenti ai bisogni sociali e dell’ambiente – e di rapporto con le istituzioni. Speriamo che terzo settore e amministrazioni saranno più saggi, perché il punto non è tanto accrescere i fatturati e dare qualche stipendio in più – ammesso che ci si riesca – ma trovare un progetto per un paese frantumato, pieno di risentimento, impoverito, facendo ognuno la propria parte. E il terzo settore è – ribadiamolo, proprio nel momento in cui volano gli schizzi di fango su tutti e tutto – una delle risorse civiche, culturali ed economiche primarie su cui può contare l’Italia.

Un ruolo centrale nella valorizzazione della buona cooperazione è rivestito dalle stesse istituzioni. Quale dovrebbe essere l’approccio di Comuni e Regioni nei confronti delle tante realtà a cui appaltano servizi pubblici?

La legge 328/2000 aveva previsto un approccio innovativo e al passo con la maturazione dei diversi attori impegnati nelle politiche sociali. La legge intendeva valorizzare tutti questi soggetti creando sedi e procedure nuove di governance, fino ad arrivare a forme di co-progettazione e, addirittura, co-programmazione. Purtroppo, nella gran parte dei territori la legge 328 è rimasta un libro dei sogni. Si è continuato tranquillamente con le gare al massimo ribasso, con la competizione aperta anche a organizzazioni con fatturati e organici notevoli, ma senza radicamento nei territori, che provano a vincere bandi con importi alti un po’ dove capita. Più in generale, non si è tentato davvero di elaborare una nuova cultura politica e organizzativa che assumesse le politiche sociali come strategiche per lo sviluppo del paese e delle comunità locali.

La crisi economica e la difficilissima situazione economico-finanziaria in cui versano diverse Regioni – tra cui il Lazio – e un altissimo numero di enti locali hanno dato il colpo di grazia a ogni velleità di cambiamento e innovazione. C’è chi ha provato a definire un nuovo approccio nel rapporto Pubblica amministrazione-organizzazioni non profit, che dovrebbe passare per una revisione significativa dello stesso diritto amministrativo. È Il caso, soprattutto, del Labsus di Gregorio Arena, che sta facendo un egregio lavoro con la proposta di “amministrazione condivisa dei beni comuni”. Un approccio che si sta sperimentando in diversi Comuni, in particolare a Bologna. È un’azione che coglie il nodo cruciale: se non rivediamo i meccanismi di governance difficilmente potremo innovare e, dunque, rispondere a una massa di bisogni sociali cresciuti negli anni sia di numero sia, soprattutto, di tipologia.

Oggi la povertà dilagante e le disuguaglianze sociali non trovano risposte adeguate da parte dello Stato. I fondi messi a disposizione non sono sufficienti a rispondere alle crescenti richieste. Quali sono le scelte politiche auspicabili che potrebbero portare ad una inversione di tendenza?

La scelta politica fondamentale è quella di arrivare a una forma di reddito di inclusione (o come vogliamo chiamarlo) davvero universale. Un vuoto nel nostro sistema di welfare che è davvero scandaloso. Il Governo ha fatto un primo passo, ancora largamente insufficiente e che riguarda solo la povertà assoluta. Auspichiamo che, in tempi non lunghissimi, la dotazione finanziaria del fondo raggiunga cifre all’altezza della quantità e qualità dei bisogni registrati.

Certo, non è un problema solo di soldi, ma anche di approccio all’intervento, che richiede un forte lavoro di rete e di integrazione dei servizi. Ritorniamo, ancora una volta, al nodo di una nuova cultura amministrativa e politica, che origini nuove forme di collaborazione tra soggetti pubblici e del terzo settore. Ma è chiaro che la povertà – e la disuguaglianza – non possono essere affrontate solo con lo strumento, seppur importante, del reddito di inclusione. Questa misura arriva, per così dire, a cose fatte, per aiutare le persone a uscire da una condizione di grave difficoltà. Ma è evidente che occorre incidere sui meccanismi che producono sempre più disuguaglianza e impoverimento. Un processo che è partito con gli anni Ottanta e continua senza incontrare ostacoli. Anzi, una politica sempre più debole – non solo in Italia – è sempre meno capace di riunire gli interessi di segmenti di popolazione differenti in proposte politiche che mirino comunque al miglioramento delle condizioni collettive.

È l’epoca dell’“1% contro il 99%”, di fasce crescenti di cittadini che diventano quasi “vite di scarto”. Processi che sono i maggiori responsabili di risentimenti e paure che ingrossano non solo gli elettorati di partiti estremisti, ma anche una sempre più radicata xenofobia. A rischio c’è la stessa democrazia: se ho l’impressione (forse anche giustamente…) che chi governa non si preoccupa minimamente di me, ma solo dei soggetti più potenti nel rapporto di lobbying, allora che tipo di solidarietà collettiva dovrei sentire? Il benessere diffuso protegge e promuove la democrazia. Un assunto quasi banale, che molta parte di establishment pare aver dimenticato, ritenendo che non ci sia più un nemico forte da contrastare (vedi il comunismo con il suo blocco di paesi). Ma giocando con il fuoco, alla fine ci si scotta.

I promotori della campagna a #ATempoDebito ringraziano Armando Zappolini, presidente CNCA, per la disponibilità e vi invitano a leggere, sullo stesso argomento, l’intervista a Anna Vettigli, responsabile Legacoopsociali Lazio. 

La cooperazione sociale dopo Mafia Capitale: intervista a Anna Vettigli di Legacoopsociali Lazio

Per analizzare la situazione della cooperazione sociale nel Lazio dopo le inchieste che hanno travolto diverse organizzazioni e capire quali conseguenze d’immagine e anche economiche hanno subito tutte le realtà sociali che, nonostante gli scandali, hanno sempre prodotto valore aggiunto per la società, abbiamo rivolto alcune domande a Anna Vettigli, responsabile di Legacoopsociali Lazio.

Qual è lo stato dell’arte per la cooperazione sociale del Lazio dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”?

Com’è noto, le inchieste legate a “Mafia Capitale” hanno coinvolto alcuni esponenti di spicco del mondo della cooperazione sociale romana, trascinando nel vortice anche le rispettive cooperative. Si tratta, tuttavia, di un’esigua minoranza, se si tiene conto dell’immenso mondo della cooperazione sociale attiva sul territorio del Lazio.

La stragrande maggioranza delle cooperative sociali non ha tratto vantaggi da questo “mondo di mezzo”, anzi ne è stata fortemente danneggiata.

Danni economici, reputazionali e d’immagine che, nella migliore delle prospettive, potranno essere sanati solo tra alcuni anni. Non è un caso che Legacoopsociali sia stata riconosciuta come parte civile al processo e che Legacoop abbia avviato una raccolta firme per una proposta di legge contro le false cooperative.

Mafia capitale” per la stragrande maggioranza delle cooperative ha rappresentato, però, anche la liberazione. L’inchiesta ha fatto emergere un diffuso malaffare che, una volta rimosso, potrà permettere alla città di Roma e all’intero territorio del Lazio di tornare a crescere.

Sono stati mesi difficili, quelli del post inchiesta e ancora lo sono. Diffidenza e sospetto caratterizzano i rapporti tra cooperative ed istituzioni ma, anche, tra cooperative e cittadini. A farne le spese è stata soprattutto la cooperazione sociale di tipo B, con le attività di reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

Il totale azzeramento degli affidamenti, in questo settore, ha messo in serio pericolo importanti percorsi di reinserimento di lunga durata, configurando la reale possibilità di un’emergenza sociale.

Nonostante tutto, la cooperazione è ancora viva e continua a mantenere in vita i servizi di questa Regione con dignità e perseveranza.

A preoccupare è la quotidianità relazionale ed economica, che diventa sempre più difficile da gestire.

Tutto il mondo della cooperazione sociale è stato fortemente screditato senza alcuna distinzione. Eppure, come abbiamo cercato di ripetere a più voci, sono tante le realtà sociali che operano per il benessere collettivo, offrendo servizi e lavoro. Come accendere i riflettori sulle buone prassi?

Purtroppo “fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”, ed è molto impegnativo agire sulla percezione negativa e sul danno reputazionale che la cooperazione ha subito.

Le cooperative producono valore economico e sociale, creano occasioni di lavoro stabile. Sono imprese che nascono sul territorio e per il territorio; vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo al dilagante individualismo, processi di condivisione e confronto democratico.

Ma il profondo limite è che le cooperative sono abituate a lavorare a testa bassa, e non hanno predisposizione, competenze e anche risorse per comunicare ciò che sono e ciò che fanno.

Per le cooperative sociali la comunicazione è il vero tallone di Achille, e oggi, passata la fase di emergenza, dobbiamo intervenire anche qui con maggiore capacità e determinazione.

Bisognerebbe mettere in rete tutte le risorse del nostro mondo – soci, dipendenti, famiglie – per realizzare una campagna che metta al centro l’utente, i cittadini e i loro diritti che riesca a comunicare questi elementi:

  • i servizi sociali sono servizi che riguardano i diritti della persona, il diritto ad una vita migliore;

  • le cooperative del Lazio, ogni giorno, con oltre 8000 lavoratori, sono al fianco di famiglie, bambini, anziani per sostenerli nelle loro fragilità;

  • l’attività delle cooperative è strumentale all’attuazione di un diritto (che senza l’impegno delle cooperative sarebbe negato).

Per valorizzare le buone prassi sarebbe utile:

    • implementare la rendicontazione sociale (redazione del bilancio sociale) e la valutazione dell’impatto

    • utilizzare meglio le tecniche di narrazione per rappresentare meglio il nostro portato (story telling)

    • realizzare campagne sui social

    • implementare l’attività di ufficio stampa

ed infine non sarebbe male avere qualche testimonial importante.

La cooperazione sociale è – come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – un modello imprenditoriale capace di coniugare redditività e solidarietà ma ha subito, negli ultimi anni, gravi conseguenze legate alla crisi economica. In uno scenario così complicato quanto conta l’innovazione e quali modelli potrebbero essere applicati?

Ho una risposta chiara per la prima domanda ma non per la seconda.

L’innovazione sociale è importantissima, anzi vitale nei prossimi anni, ma non sono ancora chiari i modelli da applicare. Tuttavia, una volta individuati, andrebbero calati sui singoli territori, attraverso un’ intensa attività di co-progettazione anche con le amministrazioni pubbliche, ma non solo.

A questo proposito vorrei proporre delle riflessioni su una criticità che ho riscontrato. Penso che fra le principali fragilità delle cooperative sociali c’è la bassa attenzione all’innovazione, nonostante l’esistenza di elementi che dovrebbero farle andare nella direzione opposta. Di fatto le cooperative sociali hanno nel proprio DNA diverse competenze strategiche per innovare, quali ad esempio saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper governare imprese multi-stakeholder, saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi.

Ci si chiede, allora, come mai manifestino poco interesse per l’innovazione. Una possibile spiegazione è che per le cooperative sociali, la “mappa” che ha portato al loro successo, è diventata limitante e rappresenta un ostacolo all’imparare, al cambiare.

Forse diventa determinante stimolare un importante ingrediente per l’innovazione: un buon tasso di apprendimento. Se, infatti, le cooperative sociali hanno già molte competenze strategiche per innovare, ne devono implementare altre.

Ma per acquisire le competenze necessarie e soprattutto metterle in pratica è importante anche considerare la cultura organizzativa.

Se si sta cercando di cambiare il modo in cui l’organizzazione lavora, bisogna prima scoprire in che modo la cultura esistente sarà di aiuto o di ostacolo […].Non esiste una cultura giusta o sbagliata, non c’è una cultura migliore o peggiore, se non in relazione a quello che l’organizzazione sta cercando di fare e a quello che permette l’ambiente in cui si trova a operare”, si legge nel libro “Culture d’impresa” dello psicologo Edgar Schein.

Bisogna perciò chiedersi se la cultura organizzativa delle cooperative sociali è di aiuto o di ostacolo all’innovazione. Non bisogna, inoltre, dimenticare che è una caratteristica dell’uomo, dei gruppi e delle organizzazioni desiderare il cambiamento e allo stesso tempo averne paura, perché il cambiamento implica fatica e frustrazione.

Come afferma Wilfred Bion – il più grande psicologo dei gruppi – non c’è solo una spinta a conoscere, ad apprendere, ma c’è un movimento contrario, un vero e proprio processo di opposizione alla conoscenza e di conseguenza al cambiamento.

Tener conto di questi due elementi ci permette di progettare percorsi verso l’innovazione che includano anche aspetti problematici legati alla perdita e alla sofferenza, insite in ogni movimento di crescita.

Un ruolo centrale nella valorizzazione della buona cooperazione è rivestito dalle stesse istituzioni. Quale dovrebbe essere l’approccio di Comuni e Regioni nei confronti delle tante realtà a cui appaltano servizi pubblici?

Le cooperative sociali, per le loro caratteristiche distintive, possono essere tra i protagonisti di un modello di sviluppo non più legato alla finanza ma all’economia reale, capace di produrre performance positive non solo economiche ma anche sociali e ambientali.

Insieme alla politica e alle istituzioni possono promuovere “un modello economico socialmente responsabile in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali, quali, ad esempio, l’incremento occupazionale e l’inclusione e l’integrazione sociale”, come riporta la delibera ANAC n. 32 del 20/01/2016.

I comuni e le Regioni dovrebbero ripartire da quanto previsto dalla legge 328/2000, ovvero il riconoscimento ai servizi sociali di un loro valore specifico, fuori da una logica di mercato e di conseguenza la previsione di processi specifici per sostenere il rapporto tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione.

Da diverse fonti (Istituzioni Europee e normative nazionali), emerge chiaramente che i servizi sociali sono considerati servizi che riguardano i diritti della persona. Se è assodato che l’attività di erogazione dei servizi sociali abbia una natura anche economica (e non potrebbe essere altrimenti visto che si realizza la prestazione di un servizio contro un corrispettivo), non è altrettanto scontato che tale attività sia subordinata e strumentale all’attuazione di un diritto. Perciò, come ha sottolineato lo stesso Parlamento Europeo, le norme in materia di concorrenza, di aiuti pubblici e di mercato devono essere compatibili con gli obblighi di servizio pubblico e non viceversa, essendo i servizi sociali svincolati da una logica commerciale e concorrenziale.

I servizi sociali tutti, sono servizi alla persona non standardizzati che implicano un’interazione personale e ad alto contenuto relazionale tra chi li produce e chi li riceve, anche se caratterizzati da un certo grado di “imprenditorialità”. Sono, pertanto, da considerare servizi essenziali che lo Stato, le Regioni, i Comuni devono salvaguardare.

Oggi la povertà dilagante e le disuguaglianze sociali non trovano risposte adeguate da parte dello Stato. I fondi messi a disposizione non sono sufficienti a rispondere alle crescenti richieste. Quali sono le scelte politiche auspicabili che potrebbero portare ad una inversione di tendenza?

Rispondo partendo dalla metafora del rasoio del filosofo Guglielmo di Occam “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”: è inutile formulare ipotesi complicate, la soluzione è fin troppo semplice “meglio prevenire che curare”.

La politica per favorire una inversione di tendenza dovrebbe considerare i servizi sociali non come una spesa da tagliare, ma un patrimonio da valorizzare per assicurare diritti.

I servizi sociali sono un investimento per migliorare salute, benessere, prevenzione e non un costo.

Non avere questo approccio crea un circolo vizioso. Più la richiesta di servizi sociali viene inevasa, più aumentano le emergenze, più aumenta il fabbisogno e di conseguenza la spesa. Le scelte politiche dovrebbero essere coerenti all’orientamento proposto dal nostro Presidente Mattarella: “Non possiamo permettere che programmi di inclusione sociale siano compressi o vanificati. Non possiamo accettare che tanti diventino cittadini invisibili. È un tema che ci riguarda tutti: istituzioni, corpi sociali, famiglie, persone. E’ fuori dallo spirito e dalla lettera della Costituzione chi pensa, egoisticamente, che la solidarietà sia a carico esclusivamente di altri”. Se la politica mette al centro l’applicazione dei diritti previsti dalla nostra costituzione i fondi si trovano e si investono. Come? Basterebbe seguire ed attuare modelli virtuosi già esistenti, per esempio l’esperienza del Portogallo, che oggi è tornato a crescere non considerando l’austerity come unica via, e riconoscendo che ha portato danni alla vita economica e alla coesione sociale.

La campagna #ATempoDebito ringrazia Anna Vettigli per la disponibilità e vi segnala che alle stesse domande ha risposto un altro protagonista della cooperazione sociale: Armando Zappolini, presidente del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza). Buona Lettura! 

Monterotondo Scalo: cooperazione sociale e volontariato al servizio della città

Un luogo in continuo fermento sociale ma ancora poco conosciuto e valorizzato, dove la forza e le idee della cooperazione sociale e del volontariato sono un valore aggiunto per l’Amministrazione Comunale e per i cittadini. Siamo a Monterotondo Scalo, quartiere di quasi 9 mila abitanti, e paradossalmente più esteso del ben più popoloso comune di appartenenza, Monterotondo (RM), distante solo due chilometri e che conta complessivamente oltre 40 mila residenti. Da qui parte il treno per la capitale. Tanti ma poco conosciuti i luoghi di aggregazione formale; carenti, invece, i mezzi pubblici e le opportunità culturali. Ma proprio qui resistono piccoli presidi che puntano alla rinascita socio-culturale del quartiere.

Ci siamo chiesti ed abbiamo chiesto alla cooperazione sociale ed al volontariato cittadino come vivono e come crescono i ragazzi e le ragazze a Monterotondo Scalo. Nella nostra indagine abbiamo trovato tanto potenziale inespresso che potrebbe trasformare un’area a forte vocazione industriale in un fondamentale polo di aggregazione per i tanti giovani che qui risiedono e che rappresentano il futuro di questo piccolo centro.

Nel 2014, le cooperative Folias e Il Pungiglione, nell’ambito del progetto “Alfabeti di inclusione”, curarono la ricerca “Terra di confine” sulla situazione socio-economica di Monterotondo Scalo. Allora, come in parte ancora oggi, il quartiere era percepito come un territorio frazionato, idealmente molto distante dalla parte alta della cittadina e carente di spazi collettivi. “Tale studio contiene delle ipotesi di sviluppo che sono ancora valide come proposta politica di crescita locale”, ci spiega la curatrice della ricerca dott.sa Silvia Funaro.

“Manca l’agorà, manca il luogo di aggregazione non formalizzato, non strutturato”, dice la professoressa Claudia Grossi, insegnante in pensione che ha lavorato e vive allo Scalo. “La socializzazione dei giovani – aggiunge – qui non riesce a decollare, c’è sempre la tendenza a frequentare il centro della città, ad andare su perché qui non c’è un’offerta adeguata. Eppure basterebbe trovare e valorizzare un luogo convergente”.

Luoghi d’aggregazione che (r)esistono

Di aree convergenti ne esistono, in realtà, e sono per i ragazzi presidi fondamentali per la loro quotidianità, ma non sono istituzionalmente riconosciute come spazi aggreganti da valorizzare e sostenere.

Intorno alla parrocchia “Vergine Santissima del Carmine” ruotano, ad esempio, una serie di attività rivolte a bambini e adolescenti, attività non necessariamente legate ad un percorso spirituale, ma con una forte valenza sociale. Ogni giorno Carla Leone apre le porte dell’Oratorio Parrocchiale a chiunque voglia accedere. È un luogo di confronto e sostegno, un luogo di svago e partecipazione attiva. “Negli anni – spiega Carla Leone – abbiamo riscontrato molte problematicità nei ragazzi che frequentano l’oratorio: da difficoltà familiari a difficoltà lavorative, dall’isolamento alla noia”.

La cultura che (r)esiste

Accanto alla chiesa c’è anche il Teatro Molloy, uno spazio da anni utilizzato dall’associazione culturale “Divertendoci divertiamo”. Angelo Iezzi e Sabrina Albanesi, promotori dell’associazione, hanno capito che il teatro poteva essere un’ottima opportunità per i giovani, per confrontarsi e mettersi in gioco attraverso l’arte. Così, di anno in anno, ormai dal 2008, lavorano con i ragazzi e offrono alla comunità spettacoli teatrali messi in scena presso lo spazio parrocchiale. “Il collante delle nostre attività – spiega Sabrina Albanesi – è stato sicuramente l’amicizia e la voglia di partecipare”.

E poi c’è “La fornace della musica”, che, grazie a giovani insegnanti, offre a bambini e ragazzi la possibilità di seguire corsi di musica, di avvicinarsi a uno strumento, di conoscere e apprezzare anche la musica classica con una quota mensile popolare. Ma “fare musica allo Scalo – ammette Angelo Mancini, presidente dell’associazione culturale – non è facile. Prima ci appoggiavamo alla scuola, pagando un affitto. Oggi siamo ospitati negli spazi de Il Cantiere e Piccole Canaglie, due realtà comunali gestite dalla cooperativa sociale Folias. La nostra è stata una scommessa vinta solo in parte. Ci sono molti spazi pubblici dismessi, abbandonati, che potrebbero essere affidati a quanti offrono qualcosa alla cittadinanza”.

Lo sport che (r)esiste

Accanto a queste realtà c’è anche una buona offerta sportiva. Al Palazzetto dello Sport di Monterotondo Scalo disputa le partite il Volley Team Monterotondo, società che conta attualmente 12 squadre, dalla serie C fino al minivolley e agli amatori. All’inizio del 2017 il Volley Team Monterotondo, in collaborazione con la cooperativa Il Pungiglione, ha avviato “Giocare insieme”, un progetto rivolto a persone con disabilità di tipo fisico e cognitivo, per permettere loro di praticare sport in un contesto sano ed educativo. Al Palazzetto dello Sport dello Scalo ci sono anche le attività del Centro Ginnastica Monterotondo.

Le Canaglie dello Scalo

In una casa di legno simile a quella delle baite di montagna, al centro del Parco Don Puglisi, che rasenta la ferrovia nel tratto vicino alla stazione, ci sono le Piccole Canaglie. Questo centro Diurno Comunale per Minori, gestito dalla Cooperativa Sociale Folias e finanziato dal Comune di Monterotondo, è frequentato da bambini tra i 6 ed i 12 anni e – come spiega il coordinatore del progetto Giuseppe Sprizzi – ha un fortissimo legame con questo territorio, sul quale opera da circa 18 anni. In un momento storico in cui tutto è troppo mediato e virtuale – aggiunge un’educatrice – tramite il gioco, i laboratori, le escursioni e le gite culturali, qui i bambini scoprono il piacere e l’importanza della relazione e della socialità, hanno la possibilità di sperimentare e comprendere ciò che li interessa e li appassiona, di divenire consapevoli delle proprie capacità. L’investimento in un futuro migliore, a Monterotondo Scalo, passa anche da qui”.

Un “cantiere” in evoluzione

“A Monterotondo Scalo non c’è niente: non c’è un cinema, non c’è un pub. La sera, dopo le 11, non ci sono nemmeno gli autobus per andare su. Quando Il Cantiere è chiuso, ci incontriamo al parcheggio o davanti al centro”, raccontano alcuni ragazzi che vivono nelle case popolari di via Aldo Moro e che frequentano il centro comunale di aggregazione giovanile Il Cantiere. La struttura, gestita dalla Cooperativa Sociale Folias, è uno dei presidi storici del quartiere e rappresenta un punto di riferimento per molti ragazzi che vivono in zona. Qui gli operatori lavorano ogni giorno offrendo accoglienza e ascolto ad adolescenti e giovani in cerca di un luogo dove potersi esprimere, raccontare le proprie esperienze e difficoltà di vita. Qui si promuovono laboratori esperienziali, attività culturali, spazi di orientamento al lavoro e di cittadinanza attiva, attività tese a costruire una relazione significativa e costante con i ragazzi e con il quartiere. I giovani che frequentano il Centro – racconta un operatore – vengono concretamente accompagnati e sollecitati tramite attività di gruppo ed individuali in un percorso di orientamento alla scelta che nelle diverse fasi della vita, spesso travagliate, possa contribuire alla costruzione di un progetto personale il più possibile vicino alle proprie aspirazioni. Nel corso degli anni, infine, con grande sforzo, sono stati proposti in questa struttura molti appuntamenti musicali che hanno offerto ai giovani l’occasione di partecipare all’organizzazione degli eventi e di usufruire in modo alternativo di uno spazio a loro familiare.

La rinascita dal basso

Il Cantiere, “la casa di tutti”, è sempre stato sostenuto dall’Amministrazione Comunale con grandi sforzi economici, anche se negli ultimi anni ha attraversato diversi momenti di difficoltà: gravi ritardi nei pagamenti e incertezze dei finanziamenti che hanno avuto un impatto negativo nel rapporto con i ragazzi che frequentano il centro e hanno creato un senso di precarietà nei lavoratori; l’assenza di garanzie “non solo crea un danno agli operatori – spiega un’operatrice – ma entra e incide nella costruzione di un rapporto di fiducia con i giovani e nella programmazione di attività che rischiano di essere interrotte dall’assenza di fondi.

In questo clima incerto, la cittadinanza ha deciso di non voler rinunciare a un servizio considerato essenziale. Per questo è partita una raccolta fondi per ristrutturare il Cantiere: 250 abitanti hanno sostenuto il progetto, donando 9 mila euro, molto più di quanto era stato richiesto. A inizio maggio la cooperativa Folias ha annunciato che grazie al successo del crowdfunding i lavori di ristrutturazione potranno iniziare e proseguiranno nel mese di luglio con il rifacimento della facciata esterna del Cantiere a opera dello street artist di fama internazionale Millo. Un esempio concreto di come il terzo settore e la cooperazione sociale possano produrre cambiamenti ed interventi di abbellimento urbano senza alcun scopo di lucro, ma come valore aggiunto delle Comunità.

La Festa di Quartiere e il Monterocktondo Festival

Il Cantiere e la Cooperativa Sociale Folias organizzavano ogni anno, insime al gruppo informale di giovani, Fronte Sonoro una festa di quartiere nel Parco Don Puglisi, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e le associazioni del territorio. Una iniziativa di partecipazione ricca di laboratori espressivi e di grandi concerti per i giovani. Purtroppo per mancanza di risorse economiche questa iniziativa, da due anni, non si realizza più nel suo format originale. La Cooperativa continua a tenere in vita il Monterocktondo Festival nei locali de Il Cantiere e propone ogni estate dei momento di animazione culturale.

Realtà che fanno bene al territorio

Arcoiris, un gruppo informale costituito da circa 20 donne del quartiere, si occupa di organizzare attività per il tempo libero ed iniziative per l’arricchimento culturale e di solidarietà in collaborazione con le cooperative sociali e le associazioni. La portavoce del gruppo, Maria Nives Salvatori, ci racconta che con i soldi raccolti con diverse pesche di beneficienza, stanno per acquistare due fari alimentati da pannelli solari per l’illuminazione del Parco Don Puglisi che non dispone di un’ illuminazione pubblica.

Particolarmente attivo sul territorio è anche il Comitato di quartiere, costituito da cittadini e cittadine volontarie. Il Comitato si occupa dei problemi del quartiere e di organizzare eventi culturali e di aggregazione sociale. Un’iniziativa bella e partecipata è l’organizzazione del tradizionale Carnevale dello Scalo. Il Comitato è in attesa da anni che il Comune sblocchi la trattativa con le Ferrovie dello Stato per il recupero e la valorizzazione di un edificio abbandonato nel Parco degli Eucalipti, che dovrebbe diventare sede culturale e di riferimento per il Comitato e per i cittadini.

Infine, per chi volesse noleggiare una bicicletta a pedalata assistita o riparare la propria bici, può recarsi presso La Ricicloficina della Stazione. Il progetto, gestita dalla cooperativa sociale Folias, è nato grazie alla volontà dell’Amministrazione Comunale ed è collocata accanto alla biglietteria della stazione.

Lo “scalo”, tecnicamente, è un approdo. Non un luogo da cui fuggire, ma verso cui dirigersi. Ed è forse questa l’ambizione di Monterotondo Scalo, o almeno quella dei suoi cittadini: riconquistare il significato del proprio nome. Per fare di questo luogo un reale approdo serve, però, una visione ed un progetto condiviso per rimettere al centro del dibattito politico cittadino la valorizzazione del quartiere con la partecipazione dei cittadini, del volontariato e della cooperazione sociale.

Piigs: l’austerity e la vita della cooperazione sociale a Monterotondo

Era il 1 giugno del 2015 quando le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione decisero di lanciare la campagna #atempodebito, per mettere in luce un fenomeno diventato, all’epoca, insostenibile: il ritardo dei pagamenti da parte degli enti pubblici per i servizi erogati dalle tre cooperative.

Erano mesi duri, di lotte per la sopravvivenza, di decisioni importanti per il futuro dei lavoratori sociali, per il mantenimento dei servizi gestiti e per la cooperazione sociale in generale. Mesi di grandi difficoltà che sono stati efficacemente immortalati in PIIGS, documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, nelle sale italiane dallo scorso 27 aprile.

Piigs è un film che spiega le politiche europee di austerity e le conseguenze che queste hanno sulla vita delle persone nella loro quotidianità e analizza, come caso studio, la cooperativa sociale Il Pungiglione, che proprio quando i tre registi stavano girando il documentario attraversava la fase peggiori della sua storia. La presidente de Il Pungiglione, Claudia Bonfini, viene ripresa nella sua quotidianità lavorativa, mentre tenta, attraverso telefonate estenuanti e incontri istituzionali, di salvare il salvabile, di mantenere in piedi una realtà di 100 dipendenti. La cooperativa si trova in un importante crisi economica e finanziaria dettata dai ritardi dei pagamenti. I soci decidono di ricapitalizzare per avere un prestito dalle banche e accedere a una liquidità di denaro che permetta di pagare gli stipendi e di sostenere i servizi. Si va in assemblea e nonostante la rabbia e la paura, si decide di salvare la cooperativa. I soci votano per la ricapitalizzazione, dovranno versare molti soldi di tasca loro e per molti anni, ma nonostante tutto prevale la volontà di resistere.

E resistere è quello che fanno, contemporaneamente, anche le cooperative Iskra e Folias che insieme a Il Pungiglione lanciano, proprio in quel periodo, la campagna #atempodebito con un flash mob in piazza per ribadire che a breve “non rimarranno nemmeno le mutande”. La manifestazione pacifica è inserita nel film e affiancata magistralmente dai registi agli scontri di piazza che in quello stesso periodo hanno travolto la Grecia.

Sono passati due anni da quelle riprese, le cooperative continuano a vivere nell’incertezza economica e i problemi di liquidità, anche se in forma ridotta, persistono. I lavoratori sociali continuano la loro lotta quotidiana per mantenere in piedi tre realtà che da sempre hanno come obiettivo principale il benessere della comunità in cui operano. Lo fanno con rigore e professionalità, reinventandosi ogni giorno, creando nuove sinergie e con la convinzione che le buone prassi sopravvivono solo se sostenute da politiche lungimiranti.

L’Europa e l’euro non rappresentano un ostacolo, purché cambino le politiche comunitarie, abbandonando la linea dell’austerity e favorendo azioni contro la povertà e per la redistribuzione della ricchezza. Abbiamo bisogno di decisori europei, nazionali e locali in grado di cogliere i bisogni reali dei cittadini, soprattutto dei più deboli. Ripartendo dal basso e capitalizzando le esperienze positive, si può investire su politiche migliori e di più ampio respiro.

Piigs vuole mostrarci proprio questo: le alternative esistono e possono essere applicate.