Il lavoro sociale va pagato! Il profilo di Michela Atzori, educatrice professionale di comunità

IL LAVORO SOCIALE VA PAGATO!

CONTINUA LA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA PRECARIETÀ DEL LAVORO SOCIALE A CURA DI Folias Cooperativa SocialeIskra Coop Sociale OnlusIl Pungiglione Cooperativa Sociale.

Nella foto Michela Atzori, educatrice professionale di comunità

Michela ha 35 anni, è nata a Roma e vive a Fara Sabina con il suo compagno. È educatrice professionale di comunità ed è laureata in Scienze della Formazione. Lavora per la cooperativa il Pungiglione da 12 anni, sui territori del distretto dell’ Alta Sabina (RI) e di Monterotondo (RM). Oggi è coordinatrice di 3 empori solidali e del centro socio educativo di Fara Sabina (Ri), all’interno del quale svolge anche il ruolo di educatrice. Michela pensa che il lavoro sociale abbia una valenza culturale e politica e possa contribuire a creare un mondo migliore, tuttavia è preoccupata per la precarietà dei servizi per cui lavora, servizi su cui la cooperativa investe tanto, ma che non hanno un #futuro assicurato.

Per maggiori informazioni sulla campagna http://www.mysocialwork.info/il-lavoro-sociale-va-pagato-al-via-campagna-di-sensibilizzazione-sulla-precarieta-del-lavoro-sociale/

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo, Centro Socio-Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa Il Pungiglione. )

Il lavoro sociale va pagato! : al via campagna di sensibilizzazione sulla precarietà del lavoro sociale

Alessia Fedeli, psicologa e psicoterapeuta.

Alessia è psicologa e psicoterapeuta e da 13 anni coordina “Elianto”, Centro Diurno Anziani Fragili del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa sociale Iskra. Il comune di Monterotondo e il distretto in generale hanno sempre valutato bene il centro diurno, sia per la gestione che per l’utilità del servizio stesso per la comunità.  Pensare ad un sistema di accreditamento dei servizi considerati nel tempo validi e gestiti in modo utile, può essere “la risposta” per garantire Enti Pubblici e cittadini. Andare a bando dopo anni di servizio valutato sempre positivamente, ci costringe ad una competizione, dal punto di vista della qualità, non utile.

Il lavoro sociale va pagato! : al via una nuova campagna di sensibilizzazione sulla precarietà del lavoro sociale, lanciata dalle cooperative Iskra, Folias e Il Pungiglione.

Un racconto per immagini del valore immenso del lavoro svolto dagli operatori sociali e da quanti tutti i giorni sono impegnati nella gestione di servizi rivolti a cittadini e cittadine in condizione di svantaggio. I protagonisti saranno i lavoratori sociali delle tre cooperative che ci mettono la faccia per denunciare la loro condizione di lavoro, i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, la difficoltà economica in cui versano loro e le loro famiglie, la precarietà lavorativa e l’enorme responsabilità di rispondere ai bisogni impellenti delle comunità di riferimento.

L’iniziativa ha l’obiettivo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni la condizione in cui versa la cooperazione sociale in Italia e il danno che ha creato negli ultimi anni il taglio delle risorse destinate alle politiche sociali, compromettendo la stabilità del lavoro sociale e di conseguenza la qualità dei servizi offerti.

Le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione sono convinte di avere un ruolo non solo sociale, ma anche politico, ruolo dettato dalla conoscenza approfondita dei bisogni della popolazione dei territori su cui lavorano ed è per questo che già nel 2015 hanno lanciato l’allarme con la campagna #Atempodebito, denunciando le conseguenze della crisi economica sulla cooperazione.

Crediamo che le storie dei lavoratori sociali che vi racconteremo da qui ai prossimi mesi non abbiano una connotazione territoriale, ma possano avere una valenza nazionale e rappresentare bene lo sforzo di tanti operatori, coordinatori di servizi, psicologi, educatori che da nord a sud della nostra penisola si adoperano ogni giorno per rispondere alle esigenze dei cittadini in difficoltà, sostituendosi, a costi sempre più irrisori, a un welfare sempre più carente.

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo, Centro Socio-Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa Il Pungiglione. )

L’appartenenza territoriale della cooperazione sociale

La gestione corretta e professionale di un servizio da parte delle cooperative sociali non assicura a queste ultime che tale servizio non passi successivamente in mano a altre realtà. E’ questo un problema che le coop sociali si trovano ad affrontare ogni volta che viene indetto un nuovo bando per il rinnovo di un appalto.

Lavorare bene, per il bene della comunità e nel rispetto dei diritti dei lavoratori non è sufficiente per assicurare la continuità della gestione di un servizio. Il valore del lavoro sociale non è oggi adeguatamente valutato dagli enti appaltatori e troppo spesso capita che dopo anni di attività svolte con e per la cittadinanza, mettendo al centro le persone e i loro bisogni, si è costretti a fare gli scatoloni e ad abbandonare le persone e i luoghi di cui ci si è presi cura. Ma perché questo accade?

Per capire meglio cosa è successo è utile guardare alla cooperazione romana dei primi degli anni ‘80 che, di fatto, ha influenzato anche quella della provincia e di altri territori del Lazio.

Quando ancora non si parlava di cooperative sociali, ma di cooperative socio-sanitarie, la Pubblica Amministrazione romana prese in considerazione quelle realtà – nate spontaneamente sul territorio e che cercavano di soddisfare bisogni di famiglie in difficoltà proponendo attività per minori, disabili ed anziani – per l’istituzione dei primi servizi di assistenza domiciliare ad anziani (SAD).

Furono rappresentanti politici attenti alle dinamiche nei quartieri, nelle circoscrizioni territoriali, che definirono le assegnazioni dei servizi, premiando le esperienze di quei cittadini che si erano auto-organizzati per dare risposte e creare nuovo lavoro. In quel momento i servizi nascevano sulla definizione di un fabbisogno individuato e un budget determinato, gli interventi prevedevano un numero fisso di anziani da assistere ed un numero fisso di operatori delle cooperative da impiegare. 

In quegli anni la cooperazione era ritenuta espressione di un territorio e ispiratrice per la costruzione di nuovi servizi. E fu proprio in quel periodo che in provincia di Roma e nelle altre province del Lazio nacquero e si svilupparono esperienze cooperative che contribuirono a creare legami, integrazione e sviluppo sociale. L’appartenenza al tessuto sociale, attraverso l’esperienza di interventi svolti sul territorio, era elemento discriminante per l’aggiudicazione dei servizi nelle gare e i Servizi Sociali dei Comuni, consideravano questo lavoro in termini di “intervento”, appunto, non di mera “prestazione”, proprio per meglio definire azioni complesse volte all’integrazione sociale delle persone svantaggiate o a rischio di emarginazione.

Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario totalmente diverso. Con il passare degli anni anche nell’ambito della cooperazione sociale si è creato “un mercato sociale” in cui le singole cooperative non cooperano per il raggiungimento di un unico obiettivo, ma sono in competizione per sottrarre fette di lavoro alle concorrenti. Questo meccanismo, determinato e alimentato dagli Enti Pubblici, è comunque frutto di una politica nazionale che ha visto per anni la riduzione della spesa sociale e che ha costretto gli Enti Locali ad utilizzare sempre più gare d’appalto, per l’assegnazione dei servizi alle persone, che si basavano principalmente sul “ribasso”. Con l’istituzione del Patto di Stabilità e l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti gli Enti Pubblici, la situazione è andata peggiorando ed anche se non si parla più di gare “al massimo ribasso”, ma di gare con “offerta economicamente più vantaggiosa”, ci troviamo comunque di fronte a gare che prevedono una riduzione della cifra dell’appalto con fornitura di interventi aggiuntivi e migliorativi a “costo zero” per la P. A.

La qualità degli interventi ne esce mortificata così come l’esperienza ed il lavoro svolto sul territorio dove la cooperativa nasce e si sviluppa.

Le gare a ribasso non dovrebbero esistere – dicono i promotori della campagna #atempodebito! – è fondamentale individuare interlocutori istituzionali che sappiano guardare al lavoro sociale a 360°, valutando adeguatamente i benefici della buona cooperazione sui territori di appartenenza, incentivando l’incontro e la collaborazione delle diverse realtà sociali presenti sul territorio ed evitando, così, di alimentare la competizione a discapito della qualità dei servizi”.

Le cooperative Iskra, Folias e Il Pungiglione, grazie alla proficua collaborazione con l’attuale amministrazione comunale di Monterotondo (RM), sanno bene che il dialogo e la condivisione di intenti con le istituzioni e la politica sono la base fondamentale per la cooperazione sociale, quella cooperazione che continua a perseguire il suo intento originario: sostenere lo sviluppo della comunità locale, coltivare il senso di appartenenza, avere cura dei beni comuni e favorire l’inclusione sociale delle persone svantaggiate. Solo quando questo approccio diventerà “sistema” sarà possibile mettere da parte le logiche di mercato a favore della collaborazione. Ma quante cooperative sociali sono davvero disposte a mettersi in discussione?

Beni comuni: una rete per il benessere della comunità

E’ passato quasi un anno da quando la cooperativa sociale Il Pungiglione ha lanciato “Da servizio alla persona a bene comune”, un percorso partito da Il Funambolo (Centro Socio Educativo Diurno Riabilitativo Intercomunale del distretto socio sanitario RM 5.1) e aperto alla partecipazione di cittadini, enti del terzo settore e enti pubblici. Grazie alla proficua collaborazione con Labsus, laboratorio di sussidiarietà, la cooperativa è riuscita a creare una rete eterogenea per la cura e la rigenerazione dei beni comuni che sabato 11 novembre, a partire dalle 9, si ritroverà presso il Parco Don Puglisi a Monterotondo Scalo (RM) per la prima azione condivisa. 

Sono stati necessari diversi incontri di scambio e condivisione e momenti di formazione per creare un gruppo di facilitatori in grado di far emergere l’interesse e la voglia dei cittadini di prendersi cura di quanti essi ritengano siano i loro beni comuni,  beni cioè che possano diventare di interesse comune e essere oggetto di un processo di riqualificazione. Sono così state individuate aree, strade, aiuole, parchi e edifici nei comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo su cui lavorare: primo tra tutti il Parco Don Puglisi a Monterotondo Scalo dove il prossimo sabato saranno piantumati nuovi alberi, curata la siepe e abbellito il verde che circonda la casa di legno che ospita il centro diurno  per minori “Piccole canaglie”, servizio gestito dalla cooperativa sociale Folias.

Ma la cura dei beni comuni va ben oltre l’ azione – semplice quanto importante –  di rigenerazione di uno spazio: significa incentivare il cambiamento dal basso, rendere i singoli cittadini partecipi di tale cambiamento, favorire l’inclusione sociale e migliorare il senso di identità e appartenenza delle persone alla comunità di riferimento.

La rete sociale creata in questi mesi e la sussidiarietà orizzontale, cioè la conciliazione  tra la libera iniziativa dei cittadini e il sostegno delle amministrazioni locali, hanno messo in moto un’economia circolare in grado di produrre benessere socio-economico, a favore di tutti, ma con particolare attenzione per le persone in difficoltà.

In questo processo il terzo settore e la cooperazione sociale svolgono un ruolo centrale, sono dei veri e propri connettori sociali che non possono più essere inquadrati solo come enti gestori di servizi pubblici, ma hanno essi stessi una funzione pubblica primaria, generando con il loro operato partecipazione e democrazia.

Vi aspettiamo, sabato 11 novembre alle 9.00, presso il parco Don Puglisi, a Monterotondo Scalo (RM). Insieme per i beni comuni!

La rete per i beni comuni è costituita da: le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione, Labsus – laboratorio per la sussidarietà, l’ASL RM 5.1, Movimento cittadino Retake Monterotondo, Anpi Monterotondo, Gruppo informale Arcoiris, Comitato di quartiere Pratone, Casa famiglia Casa delle Case, Rete Tana Libera Tutti, Associazione culturale Circusnavigando, Associazione Clematide Onlus, Associazione Ginnastica Monterotondo e i comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo. 

Contro la povertà educativa “ci vuole un seme”!

Finanziato dal Bando Prima infanzia 2016 dell’Impresa Sociale “Con i Bambini” il progetto per la periferia nord est di Roma: è tra i primi 5 nel Lazio e tra gli 80 selezionati in Italia su 128 progetti presentati.

Ai nastri di partenza un progetto per ampliare e potenziare l’offerta dei servizi educativi per bambini da 0 mesi a 6 anni e per le loro famiglie, nella periferia nordest di Roma. “Ci vuole un seme” è un’iniziativa promossa dalla Cooperativa Sociale Folias in partenariato con 26 soggetti pubblici e privati, tra cui le Cooperative Sociali Iskra e Il Pungiglione. Nel titolo l’intento del percorso: generare partecipazione e collaborazioni che possano garantire la continuità del progetto oltre la sua durata.

Finanziato dal Bando Prima infanzia 2016 dell’Impresa Sociale “Con i Bambini”, il progetto è tra i cinque selezionati nella Regione Lazio per contrastare la povertà educativa e ha l’obiettivo di promuovere “un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”, così come previsto dal 4° obiettivo dell’Agenda globale 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

L’idea progettuale prevede la realizzazione di tre presidi ad ”alta densità educativa”: luoghi, cioè, di incontro e aggregazione – aperti alle famiglie con bambini 0-6 anni, agli insegnanti, agli operatori che lavorano con l’infanzia – che favoriscano socializzazione, integrazione culturale, formazione e benessere psico-sociale. I presìdi saranno creati presso tre plessi scolastici dislocati a Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova, tre comuni in provincia di Roma.

Ci vuole un seme” intende, così, offrire alla comunità di riferimento la possibilità di sperimentare un modello di welfare comunitario in grado di mettere in campo una risposta multidimensionale ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie. Una forma integrata di intervento che coinvolge enti pubblici e privati impegnati nella creazione di una comunità educante territoriale sempre più strutturata ed eterogenea che contribuisca, tra l’altro, a migliorare lo status economico dei nuclei vulnerabili attraverso azioni di formazione e accompagnamento al lavoro.

Il progetto prevede laboratori per l’infanzia e per genitori, spazi per mamme e bambini 0-2 anni, spazi di ascolto per famiglie, workshop per genitori, insegnanti e operatori sociali, la creazione di spazi baby 0-6 anni, incontri di supporto al protagonismo genitoriale, spazi di solidarietà e corsi di formazione e orientamento al lavoro per genitori disoccupati.

Siamo molto orgogliosi che il nostro progetto sia stato finanziato – dice Silvia Funaro, responsabile Comunità Educante della Cooperativa Folias. Pensiamo davvero che aprire le scuole in orario extra-curriculare e immaginarle non solo come agenzie educative, ma anche come una casa, un luogo accogliente e aperto in cui affiancare ai processi educativi formali anche quelli non formali e informali, rappresenti un primo passo per combattere la povertà educativa sui nostri territori”.

Lavoriamo da 23 anni tra i comuni di Mentana, Fonte Nuova e Monterotondo – aggiunge Salvatore Costantino, Presidente della Cooperativa Folias. Aver riunito in un unico progetto 27 organismi pubblici e privati del territorio per noi significa riuscire ad intercettare le diverse esigenze della popolazione locale, catalizzare risorse per dare una risposta concreta alla necessità di rafforzare i servizi per la prima infanzia e per i nuclei familiari più vulnerabili nel Distretto Socio Sanitario RMG1”.

Il partenariato vede in campo il distretto socio sanitario RM G1 (Mentana, Fonte Nuova, Monterotondo), l’ASL Roma 5, la Regione Lazio, 12 tra istituti scolastici e asili nido, 4 associazioni locali, 2 realtà di supporto metodologico, un ente per la valutazione dell’impatto sociale e tre cooperative sociali che da oltre 20 anni lavorano nell’area di intervento e che costituiranno, insieme, la cabina di pilotaggio.

Verso il 14 ottobre… in piazza contro la povertà e per i diritti!

Continua l’incessante lavoro della Rete dei Numeri Pari e delle centinaia di realtà sociali che sul territorio nazionale aderiscono ad essa, continua la mobilitazione dal basso delle organizzazioni e gruppi di cittadini impegnati contro la povertà e le mafie, per l’accoglienza, i diritti sociali e la casa che intendono invertire la rotta e rimettere al centro la dignità e la giustizia. Per questo il prossimo 14 ottobre si scende in piazza, in tutt’Italia e #AdAltaVoce con l’obiettivo di «dare forma, voce e sostanza alla speranza».

Anche le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione aderiscono alla manifestazione diffusa lanciata dalla rete e saranno in piazza Don Giovanni Bosco, a Roma, da dove prenderà il via la mobilitazione nella capitale. Un luogo niente affatto casuale: lì è stato celebrato il funerale del boss dei Casamonica, con tanto di cavalli e petali dal cielo, e sempre lì si trova un presidio che accogliere chi – lontano dalle mafie e dalla corruzione – è stato fortemente colpito dalla crisi, ha perso il lavoro, non ha una casa, non ha assistenza sanitaria e vive ai margini della società.

Ogni realtà sociale porterà in piazza e per le strade le esigenze e bisogni dei territori in cui lavora, ma tutti saranno uniti dalla volontà di rimettere al centro la persona e sui diritti, a favore di politiche che non guardino al Pil ma a quanti ogni giorno combattono per sopravvivere alla povertà.

Dal prossimo gennaio sarà possibile accedere al REI, Reddito di Inclusione, ma di certo la misura non sarà sufficiente a colmare le disuguaglianze e le discriminazioni sociali presenti nel nostro Paese. Se da un lato si ha l’impressione che il governo abbia dato, dall’altro ha tolto: i fondi per il sociale, per la scuola, per la cultura hanno subito tagli drastici a causa delle politiche di austerity. Come sottolineato più volte da Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e promotore della Rete dei Numeri Pari, è necessario un intervento più ampio e strutturale per ridurre l’esclusione, è fondamentale che la politica inizi a guardare con gli occhi dei più poveri.

Di fronte a scelte politiche che non sempre tengono conto della dignità delle persone, le realtà sociali che lavorano al fianco dei più fragili non possono stare con le mani in mano. La forza della rete e delle contaminazioni tra organizzazioni e cittadini che conoscono da vicino i problemi reali del Paese può rappresentare una spinta dal basso verso il cambiamento. Per questo Folias, Iskra e Il Pungiglione il prossimo 14 ottobre saranno in prima linea! 

L’appuntamento è a Roma, il 14 ottobre, in piazza Don Giovanni Bosco ( ZonaTuscolana), dalle 13 alle 20.30. Per maggiori informazioni sulle altre piazze d’Italia www.numeripari.org

Il lavoro va sempre pagato a tempo debito!

Le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione rendono noti i ritardi dei pagamenti da parte delle Pubbliche Amministrazione per i servizi erogati. I dati riportati nella grafica sono aggiornati a giugno 2017.

Il lavoro va sempre pagato a tempo debito! La direttiva comunitaria del 2011, entrata in vigore nel 2013, stabilisce per la Pubblica Amministrazione 30 giorni di tempo per i pagamenti in generale e 60 giorni in casi particolari. La realtà degli enti pubblici dei territori su cui lavorano le tre organizzazioni è ben distante dal rispetto della norma. A pagare la precarietà e la difficoltà dello Stato sono i lavoratori e a guadagnarci sono le banche a cui le cooperative sociali spesso sono costrette a rivolgersi per assicurare la continuità dei servizi e gli stipendi a chi lavora.

 

La cooperazione sociale dopo Mafia Capitale (2): il punto di vista di Armando Zappolini, presidente CNCA

Innovare e co-progettare per rispondere in modo adeguato ai crescenti bisogni sociali: è quanto propone Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza (CNCA),  nell’intervista che segue, in merito alle sorti della cooperazione sociale dopo Mafia Capitale e alla necessità di arginare la povertà dilagante che sta interessando il nostro Paese. 

Qual è lo stato dell’arte per la cooperazione sociale del Lazio dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”?

Un pessimo stato. L’inchiesta “Mafia Capitale”, che pare aver perso – per la verità – molta della sua spinta iniziale, ha avuto senza dubbio il merito di scoperchiare una rete di collusioni, trasversali, che arrivavano fino ad organizzazioni criminali estremamente pericolose. La spesa per bisogni sociali di rilevanza primaria – a cominciare da quella per le persone migranti – era diventata anch’essa un pezzo della torta che si spartivano in tanti, senza preoccuparsi affatto delle condizioni di vita delle persone più fragili. Questo è il lato positivo dell’inchiesta.

Il problema è che – dopo “Mafia Capitale” – è stata gettata un’ombra su tutto il terzo settore romano e, persino, nazionale. “Attenti ai buoni”, si è detto un po’ ovunque. E così ogni affidamento al terzo settore è diventato un investimento potenzialmente pericoloso, specie a Roma. Questo ha finito per complicare enormemente le procedure burocratiche, accrescere le esitazioni degli stessi dirigenti degli enti territoriali nel firmare gli atti, eliminare le proroghe, con cui era possibile non interrompere i servizi, un aspetto che favoriva prima di tutto le persone che di tali servizi usufruiscono. Ora è tutto (quasi) fermo. Si può continuare così, in una città che ha problemi sociali enormi?

Tutto il mondo della cooperazione sociale è stato fortemente screditato senza alcuna distinzione. Eppure, come abbiamo cercato di ripetere a più voci, sono tante le realtà sociali che operano per il benessere collettivo, offrendo servizi e lavoro. Come accendere i riflettori sulle buone prassi?

Noi pensiamo che bisogna continuare nel lavoro di rete, nello sforzo di unire persone, operatori, volontari, organizzazioni per creare luoghi e momenti di scambio e di mobilitazione, attraverso i quali si sia capaci di parlare alle istituzioni e alla città. Il CNCA Lazio ha provato sempre a essere un catalizzatore di iniziative, campagne, interlocuzioni con le istituzioni, aperto alla relazione con gli altri soggetti del terzo settore e della collettività.

Non dobbiamo chiuderci nei servizi, o limitarci a fare il “sindacato” del nostro mondo. Saremmo, comunque, perdenti. Si tratta di appassionare i cittadini a un’idea di società, coinvolgere le istituzioni su progettualità che coinvolgano e arricchiscano la comunità locale. Insomma, servono cultura e politica, non solo competenze tecniche nel fare gli interventi.

 

La cooperazione sociale è – come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Mattarella – un modello imprenditoriale capace di coniugare redditività e solidarietà ma ha subito, negli ultimi anni, gravi conseguenze legate alla crisi economica. In uno scenario così complicato quanto conta l’innovazione e quali modelli potrebbero essere applicati?

L’innovazione sociale è fondamentale per il terzo settore. Come per l’intero paese. Possiamo continuare ad andare avanti con i pannicelli caldi, con piccoli interventi di manutenzione che abbiano un orizzonte temporale di pochi mesi o osare di più, rischiando anche di sbagliare, come capita a volte a chi vuole innovare. La suddivisione di compiti e funzioni fra Pubblica amministrazione-Imprese-Organizzazioni non profit va completamente ripensata. Tutte le acquisizioni sul terzo settore come “pubblico sociale” (e, dunque, non “privato sociale”) sono rimaste solo sulla carta dei libri più avanzati.

Noi riteniamo che l’impresa sociale vada intesa come quella organizzazione in grado di massimizzare gli impatti sociali ed ambientali sotto il vincolo di sostenibilità economica. Un aspetto che era sembrato centrale quando partì il dibattito sulla riforma del terzo settore. Ma la montagna ha partorito il topolino. Il tema dell’impatto sociale è appena nominato e non declinato nei testi in discussione in Parlamento. Mentre, invece, avrebbero dovuto costituire il perno di questa riforma, stabilendo criteri di qualità, valutazione, indirizzo e premialità. È rimasta solo l’enfasi per l’ “impresa sociale”, una notte in cui tutte le vacche sembrano nere.

Rischiamo di favorire una deriva economicista e mercantile, piuttosto che creare una cornice in cui sviluppare innovazione sociale e nuovi modelli di business – attenti ai bisogni sociali e dell’ambiente – e di rapporto con le istituzioni. Speriamo che terzo settore e amministrazioni saranno più saggi, perché il punto non è tanto accrescere i fatturati e dare qualche stipendio in più – ammesso che ci si riesca – ma trovare un progetto per un paese frantumato, pieno di risentimento, impoverito, facendo ognuno la propria parte. E il terzo settore è – ribadiamolo, proprio nel momento in cui volano gli schizzi di fango su tutti e tutto – una delle risorse civiche, culturali ed economiche primarie su cui può contare l’Italia.

Un ruolo centrale nella valorizzazione della buona cooperazione è rivestito dalle stesse istituzioni. Quale dovrebbe essere l’approccio di Comuni e Regioni nei confronti delle tante realtà a cui appaltano servizi pubblici?

La legge 328/2000 aveva previsto un approccio innovativo e al passo con la maturazione dei diversi attori impegnati nelle politiche sociali. La legge intendeva valorizzare tutti questi soggetti creando sedi e procedure nuove di governance, fino ad arrivare a forme di co-progettazione e, addirittura, co-programmazione. Purtroppo, nella gran parte dei territori la legge 328 è rimasta un libro dei sogni. Si è continuato tranquillamente con le gare al massimo ribasso, con la competizione aperta anche a organizzazioni con fatturati e organici notevoli, ma senza radicamento nei territori, che provano a vincere bandi con importi alti un po’ dove capita. Più in generale, non si è tentato davvero di elaborare una nuova cultura politica e organizzativa che assumesse le politiche sociali come strategiche per lo sviluppo del paese e delle comunità locali.

La crisi economica e la difficilissima situazione economico-finanziaria in cui versano diverse Regioni – tra cui il Lazio – e un altissimo numero di enti locali hanno dato il colpo di grazia a ogni velleità di cambiamento e innovazione. C’è chi ha provato a definire un nuovo approccio nel rapporto Pubblica amministrazione-organizzazioni non profit, che dovrebbe passare per una revisione significativa dello stesso diritto amministrativo. È Il caso, soprattutto, del Labsus di Gregorio Arena, che sta facendo un egregio lavoro con la proposta di “amministrazione condivisa dei beni comuni”. Un approccio che si sta sperimentando in diversi Comuni, in particolare a Bologna. È un’azione che coglie il nodo cruciale: se non rivediamo i meccanismi di governance difficilmente potremo innovare e, dunque, rispondere a una massa di bisogni sociali cresciuti negli anni sia di numero sia, soprattutto, di tipologia.

Oggi la povertà dilagante e le disuguaglianze sociali non trovano risposte adeguate da parte dello Stato. I fondi messi a disposizione non sono sufficienti a rispondere alle crescenti richieste. Quali sono le scelte politiche auspicabili che potrebbero portare ad una inversione di tendenza?

La scelta politica fondamentale è quella di arrivare a una forma di reddito di inclusione (o come vogliamo chiamarlo) davvero universale. Un vuoto nel nostro sistema di welfare che è davvero scandaloso. Il Governo ha fatto un primo passo, ancora largamente insufficiente e che riguarda solo la povertà assoluta. Auspichiamo che, in tempi non lunghissimi, la dotazione finanziaria del fondo raggiunga cifre all’altezza della quantità e qualità dei bisogni registrati.

Certo, non è un problema solo di soldi, ma anche di approccio all’intervento, che richiede un forte lavoro di rete e di integrazione dei servizi. Ritorniamo, ancora una volta, al nodo di una nuova cultura amministrativa e politica, che origini nuove forme di collaborazione tra soggetti pubblici e del terzo settore. Ma è chiaro che la povertà – e la disuguaglianza – non possono essere affrontate solo con lo strumento, seppur importante, del reddito di inclusione. Questa misura arriva, per così dire, a cose fatte, per aiutare le persone a uscire da una condizione di grave difficoltà. Ma è evidente che occorre incidere sui meccanismi che producono sempre più disuguaglianza e impoverimento. Un processo che è partito con gli anni Ottanta e continua senza incontrare ostacoli. Anzi, una politica sempre più debole – non solo in Italia – è sempre meno capace di riunire gli interessi di segmenti di popolazione differenti in proposte politiche che mirino comunque al miglioramento delle condizioni collettive.

È l’epoca dell’“1% contro il 99%”, di fasce crescenti di cittadini che diventano quasi “vite di scarto”. Processi che sono i maggiori responsabili di risentimenti e paure che ingrossano non solo gli elettorati di partiti estremisti, ma anche una sempre più radicata xenofobia. A rischio c’è la stessa democrazia: se ho l’impressione (forse anche giustamente…) che chi governa non si preoccupa minimamente di me, ma solo dei soggetti più potenti nel rapporto di lobbying, allora che tipo di solidarietà collettiva dovrei sentire? Il benessere diffuso protegge e promuove la democrazia. Un assunto quasi banale, che molta parte di establishment pare aver dimenticato, ritenendo che non ci sia più un nemico forte da contrastare (vedi il comunismo con il suo blocco di paesi). Ma giocando con il fuoco, alla fine ci si scotta.

I promotori della campagna a #ATempoDebito ringraziano Armando Zappolini, presidente CNCA, per la disponibilità e vi invitano a leggere, sullo stesso argomento, l’intervista a Anna Vettigli, responsabile Legacoopsociali Lazio.