Emiliano Filippi, operatore sociale di strada, per la campagna “Il lavoro sociale va pagato!”

 

—IL LAVORO SOCIALE VA PAGATO! —
CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA PRECARIETÀ DEL LAVORO SOCIALE a cura di Iskra Coop Sociale OnlusFolias Cooperativa SocialeIl Pungiglione Cooperativa Sociale

In foto Emiliano Filippi, operatore sociale di strada

Emiliano Filippi ha 34 anni ed è nato a Tivoli. E’ sposato e vive a Montopoli di Sabina (RI) con la moglie e due figli, Milo e Naima, di 2 e 5 anni. E’ un operatore di strada, laureando in Scienze dell’Educazione. Lavora presso il “Cantiere” e “Piccole Canaglie”, due servizi educativi del territorio di Monterotondo (RM) gestiti dalla coop sociale Folias e da quest’anno anche presso l’ Unione dei Comuni della Bassa sabina con progetti di prevenzione all’interno delle scuole, con laboratori con i ragazzi e incontri con genitori e docenti. Ha iniziato questa professione nel 2005 ed ha subito intuito di lavorare in servizi essenziali e vitali per la vita delle persone e dei territori, la cui continuità lavorativa e di servizio non è certa poiché è legata all’esiguità dei finanziamenti. Crede, però, nel cambiamento e considera il lavoro sociale come un piccolo seme che se germoglia può far nascere piante e alberi molto forti, in grado di rinvigorire la società.

(Foto dei ragazzi e delle ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo – Cserdi del distretto socio sanitario di Monterotondo, Mentana, Fonte Nuova).

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Mariolina Aveta, coop Iskra, per la campagna “Il lavoro sociale va pagato!”

 

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CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA PRECARIETA’ DEL LAVORO SOCIALE A CURA DI Iskra Coop Sociale OnlusFolias Cooperativa Sociale Il Pungiglione Cooperativa Sociale.

In foto Mariolina Aveta, assistente sociale.

Mariolina è un’assistente sociale e dall’inizio della sua esperienza lavorativa si è sempre occupata di minori e famiglie in difficoltà. E’ nata a Napoli 52 anni fa e attualmente vive a Monterotondo (RM) con il marito e il figlio di 25 anni. Dopo la laurea in Servizi Sociali ha iniziato a lavorare nel mondo della cooperazione e da 20 anni fa parte della coop sociale Iskra. Oggi è un’operatrice del centro per le famiglie “La locomotiva” – servizio del distretto RM 5.1 gestito in Associazione Temporanea d’Impresa da Iskra, Folias e Il Pungiglione – ed è coordinatrice dei servizi di “educativa domiciliare” e dello “spazio neutro”, sul territorio di Monterotondo. In questa fase socio-economica Mariolina nutre profonde preoccupazioni per la tenuta dei servizi per i quali lavora e per la sua stabilità familiare. Ciononostante continua a credere che quello che fa corrisponde ad un adeguato riconoscimento dei diritti dei cittadini.

( Foto della campagna a cura dei ragazzi e delle ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo – Cserdi)

Mara Cesaro, della coop Il Pungiglione, per la campagna “Il lavoro sociale va pagato!”

 

 

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In foto Mara Cesaro, operatrice sociale.

Mara Cesaro ha 33 anni ed è nata a Roma. E’ mamma di Calliope (4 anni) e Ettore (5 anni) con cui vive a Monterotondo (RM). Laureanda in Scienze della Formazione, con corso in “Educatore Professionale di Comunità”, lavora dall’età di 20 anni nel settore della cooperazione sociale e dal 2013 Il Pungiglione Cooperativa Sociale. Oggi è operatrice dello spazio giovani “G!G!” e del percorso per le autonomie del Centro Socio Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto socio sanitario RM 5.1. Per la stessa cooperativa ricopre il ruolo di referente per i Beni Comuni ed è coordinatrice del servizio ristorazione e catering. Lavora sui territori di Monterotondo e Fonte Nuova (RM). Ama molto il suo lavoro che le permette di riconoscersi per ciò vuole e sente di essere: una donna che partecipa attivamente al cambiamento, alla crescita della società e alla restituzione di dignità a persone in difficoltà. Considera la cooperazione come un importante elemento per lo sviluppo del tessuto sociale, ma percepisce ogni giorno la precarietà del settore: la sua attività e i servizi alle persone non hanno – purtroppo – un futuro certo a causa di politiche sociali non sempre lungimiranti!

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e dalle ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo – Cserdi, servizio gestito dalla cooperativa Il Pungiglione ) 

Monterotondo, il caso di Largo del Pincetto: il punto di vista delle coop sociali Iskra e Folias

Il 16 marzo notte, in largo del Pincetto, a Monterotondo (RM), è stato appiccato un incendio a un’impresa commerciale aperta solo una settimana prima. Il sindaco, Mauro Alessandri, ha chiesto alla cittadinanza di scendere in piazza e di radunarsi proprio sul luogo dell’accaduto per manifestare solidarietà ai cittadini colpiti e per ribadire che la città è di tutti: ogni luogo e ogni strada deve poter essere frequentato senza paura. Non conosciamo ad oggi il movente ed i colpevoli di questo gravissimo atto, ma è un segnale che ci coinvolge e ci preoccupa e per il quale sentiamo di dare la nostra disponibilità ad agire e riflettere insieme alla città e all’amministrazione comunale. Le cooperative sociali Iskra e Folias hanno lavorato per anni in quella zona, per questo abbiamo deciso di raccontarvi cosa ne pensiamo nell’ambito della campagna #atempodebito.

Vi proponiamo un’intervista doppia a Mirco Pulicari, coordinatore dell’ Unità di Strada Regionale di prevenzione e riduzione dei rischi “Altre Strade” gestita dalle cooperative sociali Folias e Il Cammino e Alessandro Vattimo, coordinatore del progetto distrettuale di educativa di strada e prevenzione  “Eurialo”, gestito dalle cooperative sociali Iskra e Folias,  due operatori che possono spiegarci di che tipo di contesto stiamo parlando.

Quanti anni avete lavorato nella zona di largo del Pincetto e con quali servizi?

Vattimo: Il progetto Eurialo, gestito dal 1999 fino a marzo 2017 dalle cooperative sociali Iskra e Folias, ha previsto una serie di interventi di prevenzione e di partecipazione giovanile nel distretto RM 5.1. In particolare a Monterotondo il servizio si era “evoluto” introducendo nel 2007 l’intervento di educativa di strada che avevamo chiamato “Strambinstrada”. Quest’idea nasce dalla volontà di potenziare il “fare prevenzione” attraverso un’equipe “mobile” che si muovesse ed incontrasse gli adolescenti nei loro luoghi di aggregazione informale, svolgendo con loro attività socio-educative di diverso tipo. Il Pincetto ed in generale il centro storico di Monterotondo è stato uno dei principali luoghi di mappatura, contatto e svolgimento di attività socio-educative da parte dell’equipe con più gruppi di adolescenti.

Pulicari: Il Progetto Altre Strade si occupa di prevenzione e riduzione dei rischi associati al consumo di sostanze stupefacenti e comportamenti sessuali. È un progetto attivo dal 2005 ed opera sul territorio dell’ASL RM 5. Monterotondo, come altri comuni del distretto sanitario, è uno dei luoghi dove avvengono più frequentemente interventi di bassa soglia: contatto con i gruppi che informalmente frequentano piazze, strade, punti di interessi nell’area geografica. Largo del Pincetto, così come le zone circostanti (Parco del Cigno, Via Cavour), sono luoghi di passaggio importanti per il progetto anche se negli ultimi anni si è assistito ad un processo di migrazione dei gruppi storici della piazza verso altri luoghi di Monterotondo. A Largo del Pincetto sono rimasti solo alcuni “affezionati” ma ridotti di numero.

Che difficoltà avete registrato e che tipo di intervento avete messo in campo?

Pulicari: Quello che abbiamo osservato in questi anni è che Largo del Pincetto è sostanzialmente frequentato dallo stesso tipo di utenza che è possibile trovare in altri luoghi del comune (inclusa la passeggiata e il centro commerciale). Ma ha delle specificità (forse simili solo a quelle presenti al Parco Ex Omni/Arcobaleno) che acquisiscono carattere di emergenzialità in momenti specifici:

  • è un luogo conteso, perché è un luogo centrale privilegiato, un punto di osservazione particolare della piazza, un luogo che bisogna necessariamente attraversare, è in prossimità di alcuni edifici abitati;
  • è un luogo dove avvengono trasformazioni, in base all’ora del giorno, al cambiamento del gruppo dominante, al tipo di stagione;
  • è il luogo del conflitto, in passato i residenti e gli “ospitanti” non residenti hanno instaurato delle vere e proprie escalation di affermazione del potere.

L’UDS [Unità di Strada] di Riduzione dei Rischi interviene sui comportamenti associati al consumo e ha una caratteristica d’accesso all’utenza fondamentale: l’astensione del giudizio sul consumo stesso. Quindi, non ha un mandato di intervento diretto su una specificità del contesto ma piuttosto di creazione di sinergie con altri attori del luogo e primariamente, di mantenimento della prossimità con gli utenti… e i frequentatori del “Pincetto” sono stati sempre nostri utenti; non abbiamo mai ricevuto segnali di rifiuto, né richieste di allontanamento: abbiamo effettuato anche diverse consulenze individuali rispetto alle tematiche riguardanti il consumo delle sostanze stupefacenti. Come altri ragazzi incontrati in strada, anche nello stesso comune, si sono fatti avvicinare e conoscere, ci hanno raccontato le loro storie che hanno caratteristiche a volte molto drammatiche, a volte meno.

In questo “luogo di confine”, assieme a noi, a scambiare prassi e sinergie, sono sempre stati presenti gli operatori dell’educativa di strada “Strambinstrada” del progetto Eurialo.

Vattimo: Fino a quando abbiamo lavorato con l’educativa di strada le difficoltà erano di diversa natura. Nel centro storico di Monterotondo si concentrava la “movida” della città soprattutto durante il periodo estivo. Inoltre erano presenti alcune situazioni di uso e consumo di sostanze. Questi due fattori avevano contribuito a creare una certa tensione tra adolescenti ed abitanti del centro storico che sfociava spesso in attriti ed in generale rendevano impossibile una pacifica convivenza.

L’educativa di strada negli anni ha cercato di intervenire in questo contesto diventando in un certo senso un presidio territoriale attraverso una serie di interventi che possiamo riassumere in tre tipi:

  • Mappatura costante dei gruppi informali e promozione di attività socio-educative. Il nostro intervento si traduceva nell’esserci nella quotidianità dei gruppi, nel creare cioè condizioni e climi relazionali tali per cui dentro i problemi era possibile stare insieme e riattivare il desiderio per provare a dare senso a ciò che succedeva. E questo avveniva attraverso le “chiacchiere” con i ragazzi/e ma anche con attività sociali che offrivano ai gruppi un’alternativa possibile al loro modo di stare sul “muretto” ed in relazione al quartiere.
  • Costruzioni di Alleanze territoriali. Nel corso degli anni avevamo costruito una serie di alleanze con diverse realtà, diventando un osservatorio rispetto alle reali esigenze degli adolescenti con l’obiettivo di attivare sinergie di rete e contribuire all’empowerment della comunità. Su un piano istituzionale il servizio restituiva con regolarità all’Amministrazione Comunale le relazioni mensili che riportavano le dinamiche anche di quel quartiere; con le scuole di Monterotondo avevamo avviato strette collaborazioni che ci avevano permesso sia di entrare in contatto con ragazzi/e che difficilmente avrebbero incontrato le risorse territoriali, sia di organizzare eventi congiunti di animazione territoriale in quel quartiere. Con la Polizia Municipale di Monterotondo era nata una stretta collaborazione che negli anni aveva permesso di svolgere insieme ai gruppi, attività informali di sensibilizzazione sul bene comune; con i commercianti del quartiere avevamo costruito un’importante rete non solo per confrontarci sui problemi del centro storico ma anche per “fare insieme”, realizzare cioè degli eventi di animazione territoriale e di prevenzione ed inclusione sociale.
  • Realizzazione di eventi territoriali. Negli anni avevamo costruito due grandi eventi territoriali che svolgevamo a dicembre e luglio insieme alla rete ed ai ragazzi. Era qualcosa di particolarmente significativo perché animava il territorio e rendeva possibile il confronto dentro la comunità sui problemi e sulle risorse di quel quartiere. Gli eventi non erano a sé stanti, ma rappresentavano un pretesto per attivare risorse e confronti sulle dinamiche interne. Il primo evento era la costruzione dell’Albero di Natale della città che coinvolgeva la rete ed i gruppi di ragazzi nell’addobbo dell’Albero di Natale piantato a piazza Duomo ed il secondo era Scendi si Mangia in strada, un festival dei cibi di strada.

Dopo la chiusura di Eurialo che cosa è accaduto?

Vattimo: sicuramente un senso di perdita per la comunità. Una quota di prevenzione è andata perduta. L’andare da ragazze e ragazzi e chiedere loro come stanno, cosa li emoziona, cosa li spaventa, cosa vorrebbero conoscere e cosa sognano di fare e/o diventare serviva a cogliere cambiamenti, registrare nuovi bisogni e decidere di conseguenza strategie di intervento adatte, in particolare per quanto riguarda gli ambiti della prevenzione e dell’inclusione sociale. Il dialogo con il quartiere inoltre permetteva di accogliere i vissuti legati alle difficoltà ed allo stesso tempo favoriva il co-progettare azioni di confronto e superamento delle difficoltà stesse.

Pulicari: Il progetto Altre Strade continua, ma ha perso un partner fondamentale con la chiusura di Eurialo: l’unico progetto che poteva perseguire l’obiettivo del mantenimento di una “longitudinalità” dell’intervento… e lo faceva coinvolgendo i destinatari stessi.

Alla luce del recente incendio appiccato a una nuova impresa commerciale, voi che conoscete i disagi sociali dell’area cosa proponete alle istituzioni locali per il benessere dell’intera comunità?

Pulicari: innanzitutto che io sappia, ancora non si conosce l’entità dell’incendio, le modalità, i probabili colpevoli. Il bisogno dei residenti del centro storico parla di regole, sicurezza, di rivalutazione della “normalità” contro il “disagio”, di gestione del territorio contro una presunta occupazione da parte di non residenti. Credo che dovremmo ripartire da un riflessione collettiva e da una azione di mediazione sociale che coinvolga tutti: la politica, i servizi educativi, i giovani ed i residenti del centro storico. Non dovremmo lasciarci andare ad azioni dettate da sentimenti viscerali che portano solo alla contrapposizione improduttiva. Serve una lettura condivisa del bisogno emergente dell’intera comunità e serve condividere nuove regole. Siamo attenti a costruire un concetto di comunità che ha al centro il benessere e la convivenza, l’integrazione dei servizi che si occupano della marginalità sociale e dei servizi che si occupano del benessere collettivo, la libera circolazione e abitazione del territorio. Concretizzare questo in uno solo intervento, senza la sinergia di diverse agenzie, rimarrebbe comunque controproducente.

Vattimo: Innanzitutto esprimo solidarietà per l’accaduto e mi fa molto piacere la risposta della città. In questi casi non ci sono ricette predefinite. Credo sia necessario potenziare gli interventi di prevenzione che negli ultimi anni hanno subito un taglio di risorse molto importante ed animare i territori per accedere al cambiamento in modo collaborativo e costruttivo piuttosto che rivendicativo. È necessario favorire le condizioni affinché i legami personali e di collaborazione si arricchiscano con l’intento di modificare le rappresentazioni sociali stigmatizzanti, di promuovere la socializzazione, di rinforzare i legami di prossimità e di solidarietà, transitando dai luoghi di cura alla cura dei luoghi.

 

Per la campagna “Il lavoro sociale va pagato!”, Sara Seghizzi della coop Folias

 

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In foto Sara Seghizzi, mediatrice culturale e operatrice dell’inserimento lavorativo.

Sara Seghizzi ha 43 anni ed è nata a Milano, città che ha lasciato più di 20 anni fa per trasferirsi a Roma dove vive attualmente con il compagno Simone e con la figlia Frida, di quattordici anni. Laureata in Sociologia, è mediatrice culturale e operatrice dell’ inserimento lavorativo. Lavora nel mondo della cooperazione da 16 anni e oggi, per la cooperativa Folias, si occupa prevalentemente di inclusione sociale di persone disoccupate (giovani, adulti, persone disabili, ex detenuti, tossico-dipendenti, rifugiati ecc…). Svolge la sua attività sui territori di Palestrina, Tivoli, Guidonia, Roma e alcuni comuni della Sabina. L’unica vera preoccupazione che ha rispetto al suo lavoro è che gli investimenti sulle politiche sociali siano sempre più frammentati, senza alcuna progettualità e continuità. La concretezza del lavoro che svolge le permette, però, di registrare ogni giorno cambiamenti positivi per la vita delle persone che sostiene, questo l’aiuta a non perdere l’entusiasmo!

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e dalle ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo, gestito da Il Pungiglione)

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Il lavoro sociale va pagato! Il profilo di Michela Atzori, educatrice professionale di comunità

IL LAVORO SOCIALE VA PAGATO!

CONTINUA LA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE SULLA PRECARIETÀ DEL LAVORO SOCIALE A CURA DI Folias Cooperativa SocialeIskra Coop Sociale OnlusIl Pungiglione Cooperativa Sociale.

Nella foto Michela Atzori, educatrice professionale di comunità

Michela ha 35 anni, è nata a Roma e vive a Fara Sabina con il suo compagno. È educatrice professionale di comunità ed è laureata in Scienze della Formazione. Lavora per la cooperativa il Pungiglione da 12 anni, sui territori del distretto dell’ Alta Sabina (RI) e di Monterotondo (RM). Oggi è coordinatrice di 3 empori solidali e del centro socio educativo di Fara Sabina (Ri), all’interno del quale svolge anche il ruolo di educatrice. Michela pensa che il lavoro sociale abbia una valenza culturale e politica e possa contribuire a creare un mondo migliore, tuttavia è preoccupata per la precarietà dei servizi per cui lavora, servizi su cui la cooperativa investe tanto, ma che non hanno un #futuro assicurato.

Per maggiori informazioni sulla campagna http://www.mysocialwork.info/il-lavoro-sociale-va-pagato-al-via-campagna-di-sensibilizzazione-sulla-precarieta-del-lavoro-sociale/

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo, Centro Socio-Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa Il Pungiglione. )

Il lavoro sociale va pagato! : al via campagna di sensibilizzazione sulla precarietà del lavoro sociale

Alessia Fedeli, psicologa e psicoterapeuta.

Alessia è psicologa e psicoterapeuta e da 13 anni coordina “Elianto”, Centro Diurno Anziani Fragili del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa sociale Iskra. Il comune di Monterotondo e il distretto in generale hanno sempre valutato bene il centro diurno, sia per la gestione che per l’utilità del servizio stesso per la comunità.  Pensare ad un sistema di accreditamento dei servizi considerati nel tempo validi e gestiti in modo utile, può essere “la risposta” per garantire Enti Pubblici e cittadini. Andare a bando dopo anni di servizio valutato sempre positivamente, ci costringe ad una competizione, dal punto di vista della qualità, non utile.

Il lavoro sociale va pagato! : al via una nuova campagna di sensibilizzazione sulla precarietà del lavoro sociale, lanciata dalle cooperative Iskra, Folias e Il Pungiglione.

Un racconto per immagini del valore immenso del lavoro svolto dagli operatori sociali e da quanti tutti i giorni sono impegnati nella gestione di servizi rivolti a cittadini e cittadine in condizione di svantaggio. I protagonisti saranno i lavoratori sociali delle tre cooperative che ci mettono la faccia per denunciare la loro condizione di lavoro, i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, la difficoltà economica in cui versano loro e le loro famiglie, la precarietà lavorativa e l’enorme responsabilità di rispondere ai bisogni impellenti delle comunità di riferimento.

L’iniziativa ha l’obiettivo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni la condizione in cui versa la cooperazione sociale in Italia e il danno che ha creato negli ultimi anni il taglio delle risorse destinate alle politiche sociali, compromettendo la stabilità del lavoro sociale e di conseguenza la qualità dei servizi offerti.

Le cooperative sociali Iskra, Folias e Il Pungiglione sono convinte di avere un ruolo non solo sociale, ma anche politico, ruolo dettato dalla conoscenza approfondita dei bisogni della popolazione dei territori su cui lavorano ed è per questo che già nel 2015 hanno lanciato l’allarme con la campagna #Atempodebito, denunciando le conseguenze della crisi economica sulla cooperazione.

Crediamo che le storie dei lavoratori sociali che vi racconteremo da qui ai prossimi mesi non abbiano una connotazione territoriale, ma possano avere una valenza nazionale e rappresentare bene lo sforzo di tanti operatori, coordinatori di servizi, psicologi, educatori che da nord a sud della nostra penisola si adoperano ogni giorno per rispondere alle esigenze dei cittadini in difficoltà, sostituendosi, a costi sempre più irrisori, a un welfare sempre più carente.

(Le foto della campagna sono realizzate dai ragazzi e ragazze del laboratorio comunicazione de Il Funambolo, Centro Socio-Educativo Riabilitativo Diurno Intercomunale del distretto socio-sanitario RM 5.1, gestito dalla cooperativa Il Pungiglione. )

L’appartenenza territoriale della cooperazione sociale

La gestione corretta e professionale di un servizio da parte delle cooperative sociali non assicura a queste ultime che tale servizio non passi successivamente in mano a altre realtà. E’ questo un problema che le coop sociali si trovano ad affrontare ogni volta che viene indetto un nuovo bando per il rinnovo di un appalto.

Lavorare bene, per il bene della comunità e nel rispetto dei diritti dei lavoratori non è sufficiente per assicurare la continuità della gestione di un servizio. Il valore del lavoro sociale non è oggi adeguatamente valutato dagli enti appaltatori e troppo spesso capita che dopo anni di attività svolte con e per la cittadinanza, mettendo al centro le persone e i loro bisogni, si è costretti a fare gli scatoloni e ad abbandonare le persone e i luoghi di cui ci si è presi cura. Ma perché questo accade?

Per capire meglio cosa è successo è utile guardare alla cooperazione romana dei primi degli anni ‘80 che, di fatto, ha influenzato anche quella della provincia e di altri territori del Lazio.

Quando ancora non si parlava di cooperative sociali, ma di cooperative socio-sanitarie, la Pubblica Amministrazione romana prese in considerazione quelle realtà – nate spontaneamente sul territorio e che cercavano di soddisfare bisogni di famiglie in difficoltà proponendo attività per minori, disabili ed anziani – per l’istituzione dei primi servizi di assistenza domiciliare ad anziani (SAD).

Furono rappresentanti politici attenti alle dinamiche nei quartieri, nelle circoscrizioni territoriali, che definirono le assegnazioni dei servizi, premiando le esperienze di quei cittadini che si erano auto-organizzati per dare risposte e creare nuovo lavoro. In quel momento i servizi nascevano sulla definizione di un fabbisogno individuato e un budget determinato, gli interventi prevedevano un numero fisso di anziani da assistere ed un numero fisso di operatori delle cooperative da impiegare. 

In quegli anni la cooperazione era ritenuta espressione di un territorio e ispiratrice per la costruzione di nuovi servizi. E fu proprio in quel periodo che in provincia di Roma e nelle altre province del Lazio nacquero e si svilupparono esperienze cooperative che contribuirono a creare legami, integrazione e sviluppo sociale. L’appartenenza al tessuto sociale, attraverso l’esperienza di interventi svolti sul territorio, era elemento discriminante per l’aggiudicazione dei servizi nelle gare e i Servizi Sociali dei Comuni, consideravano questo lavoro in termini di “intervento”, appunto, non di mera “prestazione”, proprio per meglio definire azioni complesse volte all’integrazione sociale delle persone svantaggiate o a rischio di emarginazione.

Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario totalmente diverso. Con il passare degli anni anche nell’ambito della cooperazione sociale si è creato “un mercato sociale” in cui le singole cooperative non cooperano per il raggiungimento di un unico obiettivo, ma sono in competizione per sottrarre fette di lavoro alle concorrenti. Questo meccanismo, determinato e alimentato dagli Enti Pubblici, è comunque frutto di una politica nazionale che ha visto per anni la riduzione della spesa sociale e che ha costretto gli Enti Locali ad utilizzare sempre più gare d’appalto, per l’assegnazione dei servizi alle persone, che si basavano principalmente sul “ribasso”. Con l’istituzione del Patto di Stabilità e l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti gli Enti Pubblici, la situazione è andata peggiorando ed anche se non si parla più di gare “al massimo ribasso”, ma di gare con “offerta economicamente più vantaggiosa”, ci troviamo comunque di fronte a gare che prevedono una riduzione della cifra dell’appalto con fornitura di interventi aggiuntivi e migliorativi a “costo zero” per la P. A.

La qualità degli interventi ne esce mortificata così come l’esperienza ed il lavoro svolto sul territorio dove la cooperativa nasce e si sviluppa.

Le gare a ribasso non dovrebbero esistere – dicono i promotori della campagna #atempodebito! – è fondamentale individuare interlocutori istituzionali che sappiano guardare al lavoro sociale a 360°, valutando adeguatamente i benefici della buona cooperazione sui territori di appartenenza, incentivando l’incontro e la collaborazione delle diverse realtà sociali presenti sul territorio ed evitando, così, di alimentare la competizione a discapito della qualità dei servizi”.

Le cooperative Iskra, Folias e Il Pungiglione, grazie alla proficua collaborazione con l’attuale amministrazione comunale di Monterotondo (RM), sanno bene che il dialogo e la condivisione di intenti con le istituzioni e la politica sono la base fondamentale per la cooperazione sociale, quella cooperazione che continua a perseguire il suo intento originario: sostenere lo sviluppo della comunità locale, coltivare il senso di appartenenza, avere cura dei beni comuni e favorire l’inclusione sociale delle persone svantaggiate. Solo quando questo approccio diventerà “sistema” sarà possibile mettere da parte le logiche di mercato a favore della collaborazione. Ma quante cooperative sociali sono davvero disposte a mettersi in discussione?