Agire sociale tra politica e cooperazione. Intervista a Claudia Bonfini, presidente de Il Pungiglione

convegno

“La cooperazione sociale e le istituzioni devono ritrovarsi e individuare degli spazi comuni di confronto per un’azione sociale solida e realmente finalizzata al benessere dei cittadini”: così Claudia Bonfini, presidente della cooperativa sociale Il Pungiglione  ci ha introdotto il convegno “Fare economico, pensare politico, agire sociale: modelli virtuosi per il benessere socio economico del territorio” che si terrà il 5 maggio, a partire dalle 15, presso il Teatro Ramarini di Monterotondo.

Presidente proseguiamo il nostro ciclo di interviste spiegando il concetto di “agire sociale”. Cosa significa per la cooperazione sociale?

Agire sociale per la cooperazione sociale significa non essere meri prestatori e erogatori di servizi. Significa produrre valore aggiunto sui territori attraverso la gestione dei servizi che devono essere considerati un mezzo e non un fine. Non parlo solo dei servizi socio educativi e socio assistenziali o di prevenzione, ma anche dei servizi di produzione e lavoro, come la gestione del verde pubblico. L’inclusione lavorativa è, infatti, un adempimento previsto dalla Legge n° 381 del 1991, è un mandato dato dalla costituzione.

La Cooperazione Sociale ricopre un ruolo fondamentale sancito dalla Costituzione Italiana, l’art. 45 recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della Cooperazione a carattere di Mutualità senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli il carattere di finalità”.

Agire Sociale, significa abitare il territorio, ridisegnare e ricostruire con i cittadini il senso di comunità, ma questo si realizza solo quando il lavoratore sociale ha un approccio olistico al proprio lavoro, quando intesse relazioni non solo con gli utenti dei servizi, ma con le famiglie, con gli abitanti dei quartieri delle città. Quando interagisce con la politica.

La cooperazione sociale, attraverso l’Agire sociale svolge un ruolo politico in senso “apartitico” all’interno delle comunità in cui vive e si sviluppa.

L’agire sociale è stato, negli ultimi anni, sacrificato sull’altare degli interessi di singoli o di lobby, in gran parte del nostro Paese. Tuttavia, ancora esistono dei luoghi di “resistenza” in cui l’agire collettivo riesce a tenersi a galla. Lì dove questo sentire è ancora vivo quali sono i benefici per i cittadini?

La resistenza in questo momento è il motore, la spinta e la sfida più grande in cui si trova ad agire la cooperazione sociale. E’ energia positiva che ci sostiene nella quotidianità. Resistere significa continuare a credere nei propri valori.

Oggi sembra esserci un divorzio tra la politica e il mondo del sociale. Questo scollamento, vissuto in alcuni contesti con molto disagio dalla cooperazione sociale, ha prodotto resistenza, una resistenza tesa a mantenere vivo il modello di impresa “etica” a cui ci siamo sempre ispirati. Il nuovo codice sugli appalti, ad esempio, azzera il valore della cooperazione sociale, introducendo una serie di concetti a noi lontani, come il principio della rotazione che implica l’alternanza delle cooperative nella gestione dei servizi, ma non necessariamente dei lavoratori. Questo principio non tiene conto dell’adesione dei lavoratori sociali alla mission dell’impresa per la quale operano.

Mafia Capitale ha dato il colpo finale a un settore già fortemente precarizzato e, dopo gli scandali emersi, la cooperazione che crea consensi e partecipazione non rappresenta più un valore aggiunto, ma un problema.

Resistere per le cooperative sociali significa oggi dare voce ai cittadini più deboli, alle persone che vivono nell’ombra, a coloro che perdono il lavoro e entrano in un corto circuito di pudore e emarginazione. In Italia le diseguaglianze stanno aumentando, aumentano le povertà e di conseguenza aumentano le mafie. La mafia si radica laddove esistono delle fragilità e lo Stato è assente. Con il nostro lavoro intendiamo portare avanti le istanze dei più deboli. I cittadini sono il motore e l’anima della società e la cooperazione sociale ha l’obbligo di rimetterli al centro.

Iskra, Folias e Il Pungiglione come declinano “l’agire sociale” sui territori in cui lavorano?

Iskra, Folias e Il Pungiglione hanno un filo conduttore comune. Ci siamo incontrati e abbiamo costruito, nel tempo, la stessa visione di cooperazione sociale. Chiaramente abbiamo delle differenze importanti, che devono continuare ad esistere. Condividiamo l’agire sociale , cioè la capacità di lavorare e intessere rapporti per il benessere del territorio. Cerchiamo di essere visionari, ma non sognatori. Condividiamo, inoltre, le stesse posizioni politiche che cerchiamo di declinare ogni giorno con i servizi che offriamo. Il nostro obiettivo comune è di guardare al territorio nel suo insieme e di cogliere, attraverso il nostro lavoro, i bisogni della cittadinanza, analizzando le cause e non solo i sintomi. Crediamo nella partecipazione intesa come modello di lavoro da applicare alla quotidianità.

Azioni collettive e dal basso quanto possono, secondo te, indirizzare e illuminare le scelte di una classe politica sempre più distante dalle esigenze dei cittadini?

La politica per essere vincente deve partire dal basso. In questo momento la distanza è troppo forte. La politica – a mio avviso – ha smesso di confrontarsi con i cittadini, di scendere in piazza ed ascoltare i bisogni. E non sto di certo pensando alle buche, all’ illuminazione pubblica, ma alle difficoltà reali e umane che intercettiamo ogni giorno: la sopravvivenza delle persone, la necessità di avere degli spazi che producano benessere. E’ necessario chiedersi cosa significhi “benessere” per i cittadini. Io ricordo i comizi in piazza, avevano un valore. Forse risulto un po’ nostalgica e ancorata a vecchi sistemi. Ma un politico deve saper ascoltare, prima di divulgare e agire. Il sociale è la parte più importante di una città, dal sociale si ha il quadro completo dei territori. Questo non può avvenire senza scendere per le strade, avvicinare i cittadini e conoscerne le esigenze.

Come fare per riconquistare uno spazio pubblico in cui la cooperazione sociale incontri e collabori con le istituzioni per il benessere sociale dei cittadini?

La cooperazione deve ricominciare a dialogare con la politica. Dialogare con la politica non significa essere collusi. In passato la Cooperazione ha avuto un buon rapporto con le istituzioni, ci si confrontava, si costruivano insieme ipotesi. Ad oggi si è creata distanza, una distanza troppo spesso addotta alla crisi economica.

La cooperazione continua a fare ipotesi, e la politica ha timore che il confronto debba necessariamente produrre delle risposte. Ma non è cosi. Il rapporto con la politica deve essere la base di una co-progettazione della città. Le istituzioni devono riscoprire il valore della cooperazione e la cooperazione deve tornare a credere nelle istituzioni. Prima parlavo di divorzio tra politica e cooperazione sociale, forse è arrivato il momento di “ritrovarsi” e di individuare delle modalità comuni di confronto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.